Prima Comunione senza smartphone: «Aspettare è un atto di protezione»

Sempre più spesso lo smartphone è diventato il regalo “automatico” per la Prima Comunione o per la Cresima. Un passaggio quasi obbligato, percepito come necessario per non lasciare i figli indietro rispetto ai coetanei. Ma è davvero così inevitabile? Nel suo nuovo libro “Smartphone. 12 ragioni per non regalarlo alla Prima Comunione e neanche alla Cresima” (Edizioni Ares), la giornalista Stefania Garassini, docente di Content Management e Digital Journalism all’Università Cattolica di Milano, invita genitori ed educatori a fermarsi e riflettere. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di restituire gradualità all’educazione digitale dei più piccoli, alla luce di dati scientifici sempre più chiari sui rischi di un uso precoce e incontrollato degli schermi. Dalla salute fisica allo sviluppo cognitivo, dalla qualità del sonno fino alle nuove sfide poste dall’intelligenza artificiale: il libro raccoglie studi, ricerche e esperienze concrete per sostenere una scelta controcorrente ma sempre più condivisa. E propone anche strumenti pratici, come i “patti digitali” tra genitori, per non affrontare questa sfida in solitudine. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

È uscito da poco il suo libro “Smartphone. 12 ragioni per non regalarlo alla prima comunione e neanche alla cresima”. La sua è una scelta più che condivisibile che nasce da una lettura dei fatti… Il dato è così allarmante?

Sì. Questo libro è la riedizione aggiornata di un volume uscito nel 2019, quando la posizione di porre un limite di età all’uso dello smartphone era ancora piuttosto minoritaria. Allora c’era una certa fiducia diffusa nel fatto che la tecnologia fosse sempre e comunque un bene.

Oggi però abbiamo molti più dati. Già nel 2018 i pediatri italiani avevano fornito indicazioni sull’uso degli schermi nelle prime fasi della vita: niente schermi sotto i due anni, massimo un’ora al giorno tra i due e i cinque anni e non più di due ore tra i cinque e gli otto. Nel novembre scorso queste indicazioni sono state ribadite, aggiungendo anche una raccomandazione precisa: il possesso autonomo dello smartphone non prima dei 13 anni, mentre l’accesso ai social media dovrebbe avvenire ancora più tardi.

Le ragioni sono diverse. Dal punto di vista fisico, l’uso eccessivo degli schermi è collegato alla sedentarietà e quindi a un aumento del rischio di sovrappeso: due ore al giorno prima dei 13 anni possono aumentare del 67% il rischio di obesità. Ma ci sono anche effetti sul sonno, che diminuisce e peggiora di qualità, e sullo sviluppo cognitivo. Diversi studi mostrano che l’esposizione precoce agli schermi può rallentare l’acquisizione del linguaggio: se il bambino passa più tempo davanti allo schermo che a interagire con gli adulti, perde occasioni fondamentali per imparare parole e modalità di comunicazione. A questo si aggiungono i problemi di attenzione e concentrazione, che in età evolutiva devono ancora consolidarsi.

Infine c’è il rischio dei contenuti inappropriati: le stime più accreditate indicano che il primo contatto con la pornografia avviene mediamente intorno agli 11 anni. Lo smartphone rende questo accesso estremamente facile. Per questo i pediatri parlano di gradualità e di accompagnamento da parte dei genitori come strumenti fondamentali di prevenzione.

L’ansia nei bambini può essere collegata al fatto che trascorrono troppo tempo al chiuso mentre sarebbe molto importante stare all’aria aperta, muoversi, giocare fuori. È un aspetto che forse non è direttamente legato allo smartphone, ma che in qualche modo lo richiama?

Sì, e si collega anche a un altro danno ormai certificato: quello sulla vista. Gli oculisti spiegano che guardare troppo a lungo uno schermo da vicino può favorire la miopia, e infatti negli ultimi anni si è registrato un aumento dei casi. Il loro consiglio è sì di usare gli schermi, ma meglio da lontano: per questo, paradossalmente, la televisione può essere il minore dei mali. Ma soprattutto raccomandano di guardare all’esterno, di stare in spazi aperti dove lo sguardo può spaziare. Questo fa bene agli occhi, ma non soltanto. Giocare all’aperto aiuta davvero il bambino a crescere.

Questo lo spiega molto bene Jonathan Haidt nel suo bestseller La generazione ansiosa. Nel libro analizza l’impatto negativo dei social media sugli adolescenti, ma fa anche un ragionamento più ampio: questo impatto ha radici lontane, in un cambiamento nel modo in cui concepiamo l’infanzia. Siamo passati, dice Haidt, da un’infanzia basata sul gioco a un’infanzia basata sul telefono. Così abbiamo iniziato a proteggere moltissimo i bambini nel mondo reale — lasciandoli uscire meno, temendo i rischi — mentre nel mondo digitale li proteggiamo molto poco.

La sua proposta è in qualche modo ribaltare questa situazione: con buon senso, certo, lasciare più libertà nel mondo reale — più gioco, anche libero, dove può capitare di sbucciarsi un ginocchio — e invece mettere più limiti nel mondo digitale. Perché è proprio il confronto con i limiti che aiuta i bambini a sviluppare sicurezza, maturità e autostima. Scontrarsi con un limite e capire fin dove si può arrivare è ciò che costruisce lentamente la capacità di orientarsi nel mondo. Per questo Haidt suggerisce anche piccole esperienze di autonomia: fare qualche commissione, andare a scuola da soli quando è possibile, cose semplici che ogni genitore può valutare nella propria situazione.

Per molto tempo si è pensato che un bambino nella sua cameretta con uno schermo fosse più al sicuro di un bambino in un parco giochi. In realtà non è così. Un bambino in cameretta, da solo davanti a uno schermo, può trovarsi in una situazione di grande vulnerabilità: è come essere in una piazza piena di persone dove chiunque può rivolgersi a lui, senza protezione. Questo spesso non si percepisce subito, perché si vede un bambino tranquillo nella sua stanza e si pensa: cosa gli può succedere? Lo racconta bene anche la serie Adolescence, in una scena molto forte in cui i genitori, di fronte al disastro combinato dal figlio, dicono: “Pensavamo fosse al sicuro. Era nella sua stanza con il computer acceso”. Ecco, purtroppo non è così.

Lo smartphone rappresenta oggi un “aggregatore”: le piazze in cui ci si incontra si sono spostate online. Un ragazzo senza smartphone non rischia di sentirsi escluso dai suoi pari?

È la preoccupazione più frequente tra i genitori, e in parte è comprensibile. Tuttavia ci sono due risposte possibili. La prima riguarda il tema dell’inclusione. Oggi giustamente si lavora molto per includere chiunque sia diverso o in difficoltà. Non si capisce perché questo principio non debba valere anche per chi non ha WhatsApp. Tra l’altro un ragazzo di 11 anni che non utilizza WhatsApp è semplicemente l’unico che sta rispettando la legge, visto che l’età minima per usare autonomamente questi servizi è 14 anni.

La seconda risposta è quella dei cosiddetti “Patti Digitali”: accordi tra genitori che decidono insieme di rimandare l’uso dello smartphone. Se diversi genitori di una stessa classe fanno questa scelta, il rischio di isolamento diminuisce molto. Oggi in Italia esistono quasi 180 pPatti digitali, e continuano ad aumentare. Questo modello funziona perché fa sentire le famiglie meno sole: non si tratta di combattere contro la tecnologia, ma di governarla con gradualità e con un progetto educativo condiviso.

Leggi anche: L’equilibrio tra naturale e digitale, oltre il divieto di smartphone a scuola

Come parlare ai figli di questa scelta in modo da farla percepire come un valore aggiunto?

Il primo passo è che i genitori siano disposti a mettersi in discussione. Se un figlio vede i genitori sempre con lo smartphone in mano e poi si sente dire che lui non deve usarlo, il messaggio perde credibilità. Per questo nei Patti Digitali si parte proprio dagli adulti. I genitori devono interrogarsi sul proprio rapporto con il telefono e cercare di migliorarlo. Anche dire ai figli che a volte si fa fatica a staccarsi dallo smartphone può essere educativo.

Un altro aspetto importante è far sperimentare ai ragazzi che si può stare bene anche senza telefono. Molti gruppi di Patti digitali organizzano, per esempio, pomeriggi di giochi da tavolo o passeggiate senza smartphone. Non serve inventare attività straordinarie: anche guardare una serie televisiva insieme e parlarne può diventare un’occasione educativa e di dialogo.

Le regole sono importanti, ma devono sempre essere accompagnate da spiegazioni e da un confronto. Non si tratta di imporre divieti dall’alto, ma di aiutare i figli a capire perché alcune scelte servono a proteggerli.

Con l’AI generativa il rischio cambia? Ritardare lo smartphone diventa anche una forma di tutela cognitiva?

Sì, ed è una delle ragioni aggiunte in questa nuova edizione del libro. Oggi esistono gli AI companion, cioè chatbot che si presentano come amici o confidenti. Secondo una ricerca di Save the Children, oltre il 40% degli adolescenti si è rivolto almeno una volta a un chatbot per chiedere consigli quando si sentiva triste o doveva prendere una decisione importante. Il problema è che questi strumenti sono progettati per sembrare empatici: rispondono sempre, non giudicano, incoraggiano l’utente. Per un ragazzo possono diventare una presenza molto seducente, fino a sostituire le relazioni reali.

Negli Stati Uniti sono già emersi casi molto gravi, con procedimenti legali legati a situazioni di forte dipendenza emotiva da chatbot. Per questo alcuni gruppi chiedono di vietarne l’uso ai minori di 18 anni. Il rischio è che nello smartphone dei ragazzi si trovi una sorta di “amico immaginario permanente”, che però non scompare quando arriva un adulto, ma rimane sempre lì e diventa il vero confidente della loro vita.

Le recenti direttive ministeriali hanno bandito il cellulare dalle classi. È una scelta giusta o rischia di creare una frattura con la realtà?

Io la considero un punto di partenza positivo. Il divieto da solo non risolve tutto, ma permette di recuperare alcune dimensioni fondamentali della scuola: l’attenzione, la concentrazione e la socialità. Molti insegnanti raccontano che durante l’intervallo i ragazzi hanno ricominciato ad alzarsi, uscire in corridoio e parlare tra loro. Prima spesso rimanevano seduti a guardare il telefono.

Naturalmente il lavoro educativo deve continuare. Imparare a usare la tecnologia non significa necessariamente usarla sempre in classe. Significa sviluppare senso critico, capacità di discernere il vero dal falso, creatività e autonomia. Sono queste le competenze che permettono davvero di usare bene il digitale.

Internet è una risorsa straordinaria, molto più ricca dei social media. La scuola può aiutare i ragazzi a scoprirlo, mostrando che non sono soltanto consumatori passivi di contenuti ma possono diventare protagonisti.

Se togliamo lo smartphone dalla lista dei regali scontati, cosa possiamo mettere al suo posto?

Le alternative sono molte. Si può regalare un computer da usare in uno spazio comune della casa, oppure una console da utilizzare insieme alla famiglia. Oppure si può tornare a regali più tradizionali: libri, penne, orologi.

Lo smartphone oggi ha inglobato molti oggetti che prima avevano un valore simbolico – l’orologio, il diario, la penna – ma possiamo “spacchettare” di nuovo queste funzioni e proporre oggetti che accompagnano la crescita del bambino.

Il regalo più bello, in un giorno così importante per un figlio, è proprio questo: diventare genitori un po’ più consapevoli, capaci di accompagnare i propri figli anche nei territori nuovi – e spesso complessi – della vita online.




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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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