Quel bisogno di “essere capiti”. Ce ne parla un’adolescente

C’è qualcosa che plasma la vera intimità: la possibilità di essere compresi senza doverci spiegare, di essere accolti senza doverci difendere, di essere visti per ciò che siamo veramente. E allora capisco che non sono solo belle frasi quelle che mi ha inviato una ragazza di diciassette anni: sono un monito, una richiesta, un desiderio condiviso da tutti ma che, purtroppo, come adulti rischiamo di sopprimere. La vera intimità non nasce dalla carne, ma dalla comprensione, dalla comunione tra i cuori. Se reale, questa intimità, poi, si manifesta col corpo. Altrimenti, ciò che ci diciamo è una bugia.

In un mondo che esalta la fusione dei corpi, anche quando le anime sono distanti, non c’è gesto più rivoluzionario che fermarsi, guardare qualcuno davvero e lasciarsi toccare non dalla sua pelle, ma dalla sua interiorità.

Abituiamoci a questo esercizio: proviamo a capire chi abbiamo accanto prima di chiederci cosa può o non può darci, affiniamo lo sguardo, lasciamo crescere l’empatia, cerchiamo di disabituarci all’utilitarismo nei rapporti e all’indifferenza. Senza questo lavoro su noi stessi, non c’è legame autentico che regga, nemmeno nelle nostre famiglie; senza questo, nessun amore è possibile.

Una ragazza di diciassette anni mi spiega che ha sete di questo: sogna qualcuno che la guardi dentro e la veda davvero.

Non è forse il cuore della vera intimità?

Lascio, ora, la parola ad Anna.

Essere capiti è una delle forme più silenziose e profonde di intimità che possano esistere.

Non ha bisogno di gesti eclatanti né di parole perfette: nasce nello spazio sottile tra ciò che diciamo e ciò che l’altro riesce a sentire davvero. È quando qualcuno riconosce le sfumature nei nostri silenzi, quando non dobbiamo tradurre ogni emozione in spiegazioni, perché c’è chi sa già leggere tra le righe del nostro modo di esistere.

C’è una vulnerabilità enorme nell’essere visti per ciò che siamo, senza filtri né difese.

Eppure, quando questo accade, non ci sentiamo esposti, ma accolti. Come se le parti più fragili di noi trovassero finalmente un luogo dove poter riposare.

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Essere capiti significa non dover continuamente giustificare la propria tristezza, il proprio entusiasmo, le proprie paure.

Significa potersi mostrare incompleti, contraddittori, umani, e sapere che questo non allontanerà l’altro.

In quell’istante, l’intimità non è fatta di vicinanza fisica, ma di risonanza. Di qualcuno che ascolta non solo ciò che diciamo, ma anche ciò che fatichiamo a dire. Ed è lì che nasce una connessione rara: quella in cui non ci si sente più soli dentro se stessi.

Oh, quanta intimità c’è nell’essere capiti!

C’è un’intimità che non passa dal tocco, ma dal riconoscimento. Succede quando qualcuno ci guarda davvero e vede oltre ciò che mostriamo con cura al mondo. Quando intuisce la stanchezza dietro un sorriso educato, o la paura nascosta dentro una battuta leggera.

Essere capiti è come essere letti in una lingua che non abbiamo mai insegnato a nessuno.

In quel momento smettiamo di tradurci.

Non dobbiamo spiegare perché certe cose fanno più male di quanto “dovrebbero”, o perché altre ci salvano senza motivo apparente. Non serve giustificare il modo in cui sentiamo:

basta esistere, e sapere che qualcuno coglie il senso anche nel nostro disordine.

È un’intimità che fa meno rumore dell’amore dichiarato, ma spesso è più profonda. Perché ci permette di abbassare le difese senza paura di essere fraintesi. Di restare imperfetti, contraddittori, veri, e non essere lasciati per questo.

Essere capiti è sentirsi a casa in uno sguardo. È non dover più essere soli dentro di sé.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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