9 Marzo 2026
Separare per proteggere? Le domande dietro il caso della famiglia in Abruzzo
La vicenda della cosiddetta “famiglia del bosco” meglio dire della famiglia composta da Nathan, Catherine e i loro tre figli in Abruzzo sta diventando un caso pubblico, politico. Ed è proprio per questo che dovremmo rallentare e tornare a fare le domande giuste. Il rischio, quando una vicenda così delicata entra nel circuito della polemica, è che la realtà venga trascinata dentro una logica di schieramenti. Da una parte chi difende i genitori come simbolo di libertà assoluta. Dall’altra chi difende l’intervento delle istituzioni come se ogni decisione fosse, per definizione, giusta. Ma la vita dei bambini non può diventare il terreno su cui dimostrare chi ha ragione.
Io, lo dico subito, continuo a fidarmi dei servizi sociali e dei giudici. Lo dico senza esitazioni. Li conosco abbastanza da vicino per sapere che nella grande maggioranza dei casi lavorano con un principio chiaro: il bene dei bambini viene prima di tutto. Sempre. Ed è proprio questa fiducia che mi porta a pormi alcune domande, forse scomode ma inevitabili.
Se non ci sono state violenze domestiche. Se non c’è una situazione di maltrattamenti, di malnutrizione, di pericolo immediato per la vita e la crescita dei bambini. Se la perizia psichiatrica ha evidenziato lacune, fragilità, limiti — certamente da affrontare e da colmare — perché non tentare con più decisione una strada che tenga dentro il padre e la madre? Perché non immaginare un percorso di accompagnamento dell’intera famiglia, un cammino in cui i genitori siano sostenuti, guidati, responsabilizzati? Mesi fa era stato allontanato il padre. Oggi è stata allontanata la madre. Cosa vogliamo dimostrare? Che i bambini stanno meglio con gli operatori di una casa-famiglia? In alcuni casi sì ma è questo il caso giusto?
Chiunque abbia visto da vicino il lavoro di queste strutture sa quanto impegno, quanta professionalità e quanta dedizione vi siano. Ma nessuna struttura, per quanto attenta e preparata, può sostituire ciò che rappresenta una famiglia per un bambino. L’affetto originario, la continuità degli sguardi, la storia condivisa. La questione è tutta qui: capire come si arriva a una valutazione così grave. Esistono situazioni in cui la risposta è chiara. Quando ci sono violenza e maltrattamenti. Quando manca il cibo, quando mancano le cure mediche, quando la casa è un luogo di pericolo. In questi casi lo Stato deve intervenire. Senza esitazioni. Ma in tutti gli altri casi? Io non ho risposte. Ho solo molte domande e mi spaventa sentire e leggere sui giornali i mesi di distanza tra una perizia e l’altra, tra una decisione e l’altra. Tempo prezioso per un bambino, specialmente nei primi dieci anni di vita.
È sufficiente garantire alcune condizioni materiali — una casa, la scuola, una certa integrazione nella comunità — oppure esistono anche valori, convinzioni, stili di vita che possono renderci più o meno degni di essere genitori? E se è così, quali? Quando a novembre scrissi di questa storia, ricordavo che alcune vicende assomigliano ai sentieri di montagna: da lontano sembrano semplici, ma quando ci si avvicina la nebbia si alza improvvisamente e ogni passo richiede cautela. Oggi quella nebbia non si è diradata. Anzi, rischia di diventare ancora più fitta se la vicenda continuerà a essere trascinata dentro il rumore della politica e dei media.
Per questo, forse, dovremmo tornare a una forma di umiltà. Accettare che la tutela dei bambini non è una dimostrazione di forza, ma un esercizio di responsabilità. Che le decisioni delle istituzioni devono essere rispettate, ma anche comprese e spiegate. E che, quando possibile, la prima strada da tentare dovrebbe essere sempre quella che prova a tenere insieme — non a separare. La famiglia non è un’idea astratta. È il luogo dove ha imparato a riconoscere il mondo. Ed è una cosa troppo grande, troppo delicata, per essere trattata come una bandiera da agitare nel vento delle polemiche.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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Grazie per l'articolo. La donna che va ad abortire non è convinta di fare la scelta giusta..... ma vuole "solo…
«Il mio messaggio, piuttosto, è sempre lo stesso: promuovere la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo,…
Sarebbe cosa buona, giusta e utile che i cristiani anche se peccatori, tornassero a essere testimoni credibili, di speranza e…