CORRISPONDENZA FAMILIARE

Un amore che non muore. La stagione della vedovanza

9 Marzo 2026

Nei giorni scorsi ho partecipato, in qualità di relatore, al convegno annuale del Movimento Speranza e Vita, uno dei rami della Famiglia spirituale di padre Enrico Mauri (1883-1967). Il Movimento accompagna e aiuta le persone che vivono la stagione della vedovanza a fare di questo stato di vita una tappa dell’esperienza di fede. Al convegno ho proposto un’ampia riflessione sulla vocazione e la ministerialità che gli sposi vedovi possono donare alla Chiesa. Riporto alcuni passaggi della mia catechesi.

Fin dai primi anni del suo pontificato, Papa Francesco ha invitato a fare della sinodalità lo stile della fede, come una norma non scritta che deve irrigare ogni aspetto della vita ecclesiale: “il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio” (17 ottobre 2015). Un obiettivo certamente ambizioso ma indispensabile, se vogliamo attuare l’ecclesiologia di comunione del Vaticano II.

La parola sinodo deriva dal greco sýnodos e significa camminare insieme. Non basta trovarsi sulla stessa strada, occorre decidere di camminare insieme verso la stessa meta. Una scelta come questa può nascere solo dalla coscienza di una comune appartenenza alla storia di Dio e dal desiderio di coltivare e custodire la comunione fraterna, segno e annuncio della vita nuova che viene da Dio.

Non basta neppure camminare insieme, è necessario imparare a intrecciare le voci e gli animi, per usare le parole di un inno liturgico. La sinodalità, ha detto recentemente Papa Leone,

“rende attenti allo sguardo di chi abbiamo accanto, e non solo a ciò che osserviamo, esercitandoci nel comporre visioni d’insieme che rispettano la complessità senza cadere in confusione e cercano la verità senza temere il confronto”. (31 gennaio 2026)

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Una Chiesa sinodale non soffoca ma riconosce i carismi, come ha ribadito Leone XIV: “L’unità missionaria non va intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso scopo” (Messaggio per la Giornata Missionaria 2026). L’indifferenza – ha scritto Erri De Luca – è l’incapacità di percepire la differenza.

In questa prospettiva ogni realtà ecclesiale è chiamata a mettere il proprio carisma al servizio della comune missione. Questo obiettivo richiede un cambio di mentalità che chiama in causa tutti, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici. Ciascuno deve imparare a uscire dal proprio recinto e allargare la propria tenda per costruire rapporti di vera comunione, quella che nasce dalla fede e si traduce nella missione. La sinodalità è un cammino che s’impara… camminando insieme. Un proverbio africano dice che “da soli si va più veloci ma insieme si va più lontano”. Non è facile accordare gli strumenti ma è un passaggio indispensabile.

Questa riflessione ha una particolare rilevanza per la vedovanza che non ha ancora acquisito pieno diritto di cittadinanza ecclesiale, anche se è giusto notare che negli ultimi decenni ha trovato nuova vita l’Ordo viduarum, richiamato e incoraggiato anche da Giovanni Paolo II in Vita consecrata (1996): “Torna ad essere oggi praticata anche la consacrazione delle vedove, nota fin dai tempi apostolici (cfr 1Tim 5, 5. 9-10; 1Cor 7, 8), nonché quella dei vedovi. Queste persone, mediante il voto di castità perpetua quale segno del Regno di Dio, consacrano la loro condizione per dedicarsi alla preghiera e al servizio della Chiesa” (n. 7). Un richiamo certamente utile che però pone l’accento più sulla consacrazione che sulla vedovanza.

Il recente documento Una Caro (Dicastero della Dottrina della fede, 24 novembre 2025) ha come sottotitolo: “Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca”. Questo testo ampio e ricco, parla della “comunione intima e totalizzante tra i coniugi” (n. 5) e la descrive così:

l’uno non esiste senza l’altra e viceversa. Intelligenza, volontà, affetto, azione, personalità intera dell’una si comunicanonell’altro in modo reciproco ed esclusivo, in piena simbiosi” (n. 21).

E subito dopo aggiunge: “Contro questa unità vitale invano si erge la morte” (ivi). E tuttavia, in tutto il documento non c’è alcun riferimento alla vedovanza. Eppure l’esperienza ricorda che quella comunione, tanto desiderata, perseguita e tenacemente custodita, viene interrotta traumaticamente dalla morte.

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Se la monogamia viene intesa in senso diacronico, cioè come un impegno che abbraccia tutta la vita, comporta necessariamente uno speciale capitolo sulla vedovanza. Un elogio coerente della monogamia avrebbe dovuto includere anche un elogio di coloro che, nella vedovanza, s’impegnano a custodire il patto nuziale. E invece proprio questo documento ribadisce che l’unione coniugale “dura nel tempo fino a quando la morte non separi i coniugi cristiani” (n. 5).

La vedovanza non è solo una condizione sociologica ma un’autentica vocazione ecclesiale. Non è solo un passaggio ineliminabile dell’esperienza coniugale ma una nuova stagione del cammino a due. Non è l’ultimo capitolo dell’avventura nuziale ma un altro capitolo della stessa vicenda, quello più doloroso ma non meno fecondo.  È un tempo particolare in cui la memoria del passato, carica di gratitudine, s’intreccia con l’attesa di un nuovo incontro. Non basta dire che la vita continua, occorre annunciare che l’amore continua a irrigare e orientare i pensieri e le scelte. Non basta custodire l’amore, occorre alimentare l’amore. Non basta riconoscere il valore delle persone vedove, occorre riconoscere il valore della vedovanza.

La vedovanza ha una sua specificità, ha qualcosa da dire e da dare alla Chiesa. È un carisma che nasce all’interno del matrimonio quando tutto sembra finito, come il germoglio che spunta dal tronco di Iesse (Is 11,1).




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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