Libano, Gaza, Israele: le storie dei più indifesi nella guerra che svuota le case

Nel pomeriggio di lunedì 9 marzo, nel villaggio di Qlayaa, nel sud del Libano, un sacerdote è morto mentre cercava di salvare alcuni suoi parrocchiani feriti. Si chiamava Pierre Al‑Rahi, aveva cinquant’anni ed era il parroco della chiesa di San Giorgio, guida spirituale di una piccola ma radicata comunità cristiana della zona. 

Poco prima della sua morte – come ricorda Cammille Eid sulle pagine di Avvenire – padre Pierre aveva parlato ai microfoni dell’emittente cristiana Télé Lumière, pronunciando parole che oggi suonano come un testamento spirituale: «In mezzo ai bombardamenti con ogni sorta di armi, le armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione dopo l’attuale passione».

Un’ora dopo quell’intervista, il sacerdote è tornato con alcuni giovani del villaggio per soccorrere due abitanti rimasti feriti da un colpo sparato da un carro armato Merkava dell’esercito israeliano. Mentre prestavano aiuto, un secondo colpo ha raggiunto la zona. Padre Pierre è rimasto gravemente ferito insieme ad altre due persone ed è stato portato in ospedale, ma è morto prima di poter essere ricoverato. Per le novecento famiglie di Qlayaa – il cui nome significa “piccola fortezza” – non era soltanto il parroco. Era una presenza quotidiana, un punto di riferimento in una regione dove la guerra si avvicina sempre di più alle case. 

Durante l’intervista con il carmelitano Michel Abboud, ex presidente di Caritas Libano, padre Pierre spiegava così la sua scelta di restare: «Contiamo sull’aiuto del Signore e del nostro santo patrono Giorgio», diceva con un sorriso, «che, come sai, è un bravo cavaliere». Poi aggiungeva: «Questa terra significa molto per noi. Qui i nostri antenati hanno versato, generazione dopo generazione, sangue e sudore per poterla conservare». E correggeva l’intervistatore: «Non sono stato io a incoraggiare i fedeli, ma loro a incoraggiare me».

Nel sud del Libano, l’escalation militare tra Israel Defense Forces e Hezbollah sta spingendo sempre più persone a lasciare le proprie case. Secondo testimonianze locali, centinaia di migliaia di persone sono già sfollate: molte si sono rifugiate nella capitale Beirut o in zone ritenute relativamente più sicure. Ma spesso si tratta solo di una sicurezza temporanea. Nel convento francescano della città costiera di Tyre, circa duecento sfollati – per lo più musulmani – hanno trovato riparo. Altri dormono nelle automobili o per strada. Il Libano, già segnato da una grave crisi economica, non era preparato ad accogliere un numero così alto di persone in fuga. Lasciare casa significa perdere tutto: il lavoro, la memoria familiare, la sicurezza di un luogo conosciuto.

A centinaia di chilometri di distanza, nella Gaza Strip, la situazione dei civili palestinesi resta tra le più drammatiche del conflitto. Interi quartieri sono stati distrutti e gran parte della popolazione vive in condizioni di sfollamento continuo. Molte famiglie si spostano più volte nel tentativo di trovare zone considerate meno esposte ai bombardamenti. Scuole, ospedali e campi improvvisati ospitano migliaia di persone. La scarsità di acqua, cibo ed elettricità rende la vita quotidiana una lotta per la sopravvivenza. Per molti bambini, la guerra è diventata l’unico orizzonte conosciuto negli ultimi mesi. Le terre fertili che davano cibo e sostentamento a centinaia di famiglia sono state militarizzate e occupate dall’esercito israeliano. Non è possibile oltrepassare la linea gialla. 

La guerra non ha colpito solo oltre i confini di Israele. Migliaia di cittadini israeliani hanno dovuto lasciare le loro case nel nord del paese, lungo il confine con il Libano, e nel sud vicino alla Gaza Strip. In città come Kiryat Shmona o nelle comunità rurali vicine al confine, molte famiglie sono state evacuate e trasferite temporaneamente in alberghi o alloggi provvisori in altre parti del paese. Per loro l’incertezza è simile a quella di tanti altri civili: non sapere quando – o se – sarà possibile tornare a casa.

La morte di padre Pierre è l’immagine di una guerra raccontata dalla parte dei più poveri e indifesi: persone che cercano di aiutare altre persone, mentre intorno tutto crolla. Nelle parole dei religiosi e dei volontari che assistono gli sfollati, la richiesta più semplice è anche la più difficile da ottenere: vivere con dignità e senza paura. Dietro le cifre dei bombardamenti e delle strategie militari, restano milioni di vite sospese. Famiglie che non sanno dove passeranno la notte, comunità che si svuotano, e bambini che crescono in mezzo alle sirene. In mezzo a questa realtà, la storia di un parroco morto mentre cercava di salvare un ferito ricorda qualcosa di semplice: nelle guerre, i più indifesi sono quasi sempre quelli che non trovano cittadinanza nelle parole dei potenti.




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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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