“Tu sei la mia vocazione?”: fidanzati, abbiate il coraggio di chiedervelo

È vero, ed è naturale, che il primo passo verso una scelta a due passa dall’attrazione fisica: ci si invaghisce di qualcuno che ci colpisce e ci piace, ma l’amore, poi, è un impegno e un cammino. Quello che alcuni definiscono “amore a prima vista”, tanto caro e diffuso negli ambienti hollywoodiani, è solo una truffa. Non può, infatti, bastare l’invaghimento e neanche l’innamoramento per orientarsi verso una scelta che ha sullo sfondo il fatidico e tanto temuto “per sempre”.

Se i fidanzati sapessero che è diffuso tra sacerdoti e operatori di pastorale familiare il detto che “il corso per fidanzati si considera riuscito solo quando almeno una coppia ci ripensa o si lascia”, si avrebbe il deserto.

Detto tra noi, non cambierebbe poi tanto: i preti, infatti, sono abituati ad esser lasciati soli, tant’è che gli immuni al “politicamente corretto” e liberi dalla trappola del “devo piacere ad ogni costo”, ricordano che il Vangelo è ricco di chicche del tipo «forse anche voi volete andarvene?» (Gv 6,67) che, lungi dal volerti tagliar le gambe, hanno il pregio di essere pronunciate da Chi sa di donare «parole di vita eterna» (Gv 6,68).

Ma perché, allora, tra i preti circola questa massima – che tanto carina non è – e rischia di far “perdere clienti”? Beh, la risposta potrebbe suonare ancora più inimmaginabile: il prete ci tiene alle persone che gli si rivolgono.

Le coppie che arrivano al corso prematrimoniale hanno, non raramente, già subito una fregatura: lo frequentano quando hanno già convissuto qualche anno, magari con qualche figlio a carico ed hanno un mutuo per la casa sul groppone oltre ad aver versato una cospicua caparra per ristorante e bomboniere. E, ciò nonostante, non è detto che abbiano ben capito che il centro del loro stare assieme dipende dalla risposta affermativa a questa domanda: «Questo/questa con cui voglio passare la mia vita è la mia vocazione?».

La parola “vocazione” – che sembra essere riservata solo a preti, frati e suore – in realtà riguarda ogni cristiano, tanto più se si tratta di due che desiderano compiere la follia romantica dello sposarsi. Sì, parliamo di romanticismo perché siamo d’accordo con chi sostiene che «imbucare una lettera e sposarsi sono tra le poche cose ancora assolutamente romantiche, perché per essere assolutamente romantica una cosa deve essere irrevocabile» (G. K. Chesterton, Eretici). Attenzione, non ci illudiamo: lo sappiamo come le moderne leggi permettano di ritrattare le promesse di un matrimonio e richiamare una mail… che nulla ha a che fare con una lettera scritta a mano.

Un uomo e una donna che decidono di sposarsi, seppur inconsapevolmente, stanno affermando al mondo di aver capito con chiarezza che l’altro/a (con cui si vogliono accasare) è la loro chiamata tant’è che potrebbero-dovrebbero dichiarare, senza esitazione e tentennamenti, alla persona che vogliono avere accanto ai piedi dell’altare: «Tu sei la mia vocazione».

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Benedetto XVI asseriva che «quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di “redenzione” che dà un senso nuovo alla sua vita» (Spe salvi, 26).

Chiedendo a Mr. Google il significato della parola “redenzione” ce ne offre due. Il primo, più generale, dice che è l’«acquisizione di uno stato di libertà fisica o morale attraverso la liberazione dalla dominazione straniera, dallo sfruttamento, da colpe e motivi d’infelicità: la redenzione dei popoli oppressi; redenzione dal peccato, dal vizio; essere sulla via della redenzione»; mentre il secondo (chiarendo che è il senso teologico) afferma che trattasi della «liberazione dell’uomo dal peccato attraverso l’incarnazione, la passione, la morte e la resurrezione di Cristo…».

Per noi valgono entrambi i significati. La persona che ama davvero, infatti, è libera e non più schiava di ogni vento imprevisto: chi ama compie una scelta, fa una promessa e si impegna con tutto se stesso a tenervi fede. E lo si fa perché si cerca un bene superiore: la salvezza per se stessi e per la persona amata.

Innamorarsi – questo il senso di fare un’esperienza di un “grande amore” – ci cambia e, quindi, ci libera, concedendoci la possibilità di essere persone migliori. Ed in effetti, la persona innamorata, che ama ed è amata, è una persona migliore: o, almeno può esserlo se non è affetta da problemi di altra natura che non le permettono una equilibrata relazione.

Nel momento in cui si decide di stare con una persona e di starci per tutta la vita, è indispensabile capire se, effettivamente, l’altra persona è o non è la mia vocazione.

È vero, ed è naturale, che il primo passo verso una scelta a due passa dall’attrazione fisica: ci si invaghisce (prima di innamorarsi e di decidere di amare, cosa che – nessuno s’illuda – richiede tempo) di qualcuno che ci colpisce e ci piace. Quello che alcuni definiscono “amore a prima vista”, tanto caro e diffuso negli ambienti hollywoodiani, è solo una truffa da cui, il più delle volte, nessuno ne esce illeso. Non può, infatti, bastare l’invaghimento e neanche l’innamoramento per orientarsi verso una scelta che ha sullo sfondo il fatidico e tanto temuto “per sempre”.

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A questo si aggiunga che, nella ricerca-conferma della propria vocazione, c’è un altro elemento da tener sempre presente: il fatto che la vocazione è riposta ad una chiamata. Qualcuno chiama e qualcuno risponde. E nel caso della vocazione matrimoniale non sono i coniugi che si chiamano vicendevolmente, ma è un Altro che chiama entrambi: il maiuscolo non è un refuso! 

È Dio che, nella Sua sapiente provvidenza, dispone per ognuno di noi. E se si riuscisse a debellare il tarlo che c’è in ogni uomo, da Adamo ed Eva in poi, tutto sarebbe più semplice. Con la tentazione dei primogenitori, infatti, il demonio non voleva farci meramente trasgredire ad un precetto: voleva – e ci è riuscito! – minare in profondità la relazione con Dio. Con il peccato si è innestata nell’animo umano la paura di Dio che ha, di conseguenza, spodestato, la fiducia nel Padre e Creatore. Diversamente si comprenderebbe che, fidandosi della chiamata (della vocazione che Lui ha pensato per ognuno di noi) c’è il segreto di una vita riuscita, di una vita realizzata. Ed una vita è tale quando non è mancante di pace. 

Dante, Sommo Poeta, scrisse che «e’n la sua volontade è nostra pace» (D. Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, III, 85), una solenne verità ricavata dalla Sacra Scrittura: «Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia/più che in ogni altro bene./ Voglio meditare i tuoi comandamenti, considerare le tue vie./ Nella tua volontà è la mia gioia; / mai dimenticherò la tua parola» (Sl 118,14-16).

In effetti, a ben vedere, quando si risponde a questa chiamata, tra i doni più belli che sbocciano nel rapporto d’amore tra marito e moglie, c’è la decisione di approfondire la propria vocazione-chiamata matrimoniale, impegnandosi nel capire cosa il Signore chiede loro, dove li chiama e con chi li invita a camminare per le strade della loro esistenza.




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Enzo Vitale

Enzo Vitale è sacerdote e religioso dei Servi del Cuore Immacolato di Maria. Dottorando in Teologia Morale presso la Pontificia Università della Santa Croce, svolge attività di ricerca e divulgazione su temi di bioetica, teologia morale e vita cristiana. Ospite frequente della trasmissione Cristianità (RAI Italia), ha già pubblicato: Dammi dei figli, se no io ne muoio (Gen 30,1). Dal desiderio di maternità alla maternità surrogata (Tau Editrice, 2022) e L’assistente sessuale per le persone disabili. Analisi dei profili bioetici (Armando Editore, 2021).

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