Cos’è davvero l’innamoramento? La metafora della porta
Non è raro che giovani e adulti restino bloccati in relazioni fondate unicamente sull’emozione. Quando l’intensità iniziale svanisce, l’altro può diventare un peso. E allora si cerca altrove quella scarica emotiva che si è perduta. È la “sindrome dell’ape Maya”: come l’ape passa di fiore in fiore per gustare il miele, così alcune persone passano da una relazione all’altra per rivivere l’ebbrezza dell’innamoramento, senza mai imparare l’arte dell’amore. Eppure l’innamoramento, se accolto e purificato, può diventare l’ingresso nell’amore maturo.
Tutti, prima o poi, attraversano l’esperienza dell’innamoramento. Non importa l’età, la stagione della vita o la storia personale: l’innamoramento irrompe come un evento che sorprende e coinvolge totalmente. È un’esperienza così universale e pregnante che anche i cantautori ne fanno materia di poesia e musica. L’arte, infatti, intercetta ciò che vibra nel cuore umano.
Ma che cos’è davvero l’innamoramento?
Dal punto di vista psicologico, esso è uno stato emotivo intenso, caratterizzato da forte attrazione, idealizzazione dell’altro e coinvolgimento totalizzante. Dal punto di vista cristiano, invece, l’innamoramento è l’inizio di qualcosa di più grande: è la soglia dell’amore. Non è ancora l’amore pieno, ma la sua promessa.
L’innamoramento è una porta. Tuttavia, non garantisce che quella porta venga attraversata. Si può restare fermi sulla soglia, prigionieri dell’emozione, scambiando l’intensità per profondità. Quando non si compie il passaggio verso un amore maturo, si continua a vivere la relazione come un “qualcosa che ci supera”, un evento che si subisce più che una scelta che si costruisce.
Il testo della canzone “Viceversa” di Francesco Gabbani descrive bene questa dinamica: “L’amore è cieco (…) basterebbe solamente dire (…) che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa”. È una visione dell’amore centrata sul benessere reciproco: sto con te perché sto bene. Non c’è ancora il dono, ma una forma sottile di dipendenza affettiva. L’altro diventa necessario al mio equilibrio emotivo.
Ancora più eloquente è il verso: “Non c’è soluzione che non sia l’accettazione di lasciarsi abbandonati all’emozione”. Qui l’amore appare come un’onda a cui arrendersi. Ma se l’uomo si limita a lasciarsi trasportare dalle passioni, senza educarle, rischia di diventarne schiavo. Come ricorda Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas Est, “l’eros, se non è purificato e maturato, può degradarsi fino a perdere la sua dignità”.
Non è raro che giovani e adulti restino bloccati in relazioni fondate unicamente sull’emozione. Quando l’intensità iniziale svanisce, l’altro può diventare un peso. E allora si cerca altrove quella scarica emotiva che si è perduta. È quella che potremmo chiamare la “sindrome dell’ape Maya”: come l’ape passa di fiore in fiore per gustare il miele, così alcune persone passano da una relazione all’altra per rivivere l’ebbrezza dell’innamoramento, senza mai imparare l’arte dell’amore.
Eppure l’innamoramento, se accolto e purificato, può diventare l’ingresso nell’amore maturo.
Qui ci viene in aiuto anche la riflessione di C. S. Lewis, che distingue tra diversi tipi di amore: l’affetto, l’amicizia, l’eros e la carità. L’eros autentico, scrive, non è semplicemente desiderio di possesso, ma desiderio dell’altro nella sua totalità. Tuttavia, solo quando l’eros si lascia trasformare dalla carità – l’amore-dono – diventa veramente umano e capace di eternità.
In questo senso, la canzone “E ti vengo a cercare” di Franco Battiato sembra tracciare un cammino di maturazione.
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“E ti vengo a cercare perché ho bisogno della tua presenza per capire meglio la mia essenza.”
Il primo passo dell’amore maturo è la scoperta di sé attraverso l’altro. Lo sguardo dell’altro diventa specchio che rivela chi siamo, i nostri limiti e le nostre potenzialità. Giovanni Paolo II, nella sua teologia del corpo, ha insistito molto su questa dimensione: l’uomo e la donna si comprendono pienamente solo nel reciproco dono. Non siamo fatti per l’isolamento, ma per la comunione.
“Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri, non accontentarmi di piccole gioie quotidiane…”.
Qui emerge il secondo passo: la purificazione del desiderio. L’eros non è negato, ma elevato. Benedetto XVI afferma che l’eros deve essere educato, guarito, trasformato, perché non si riduca a semplice impulso. L’amore autentico non si accontenta di briciole emotive: mira al bene dell’altro. È un amore che sa rinunciare a sé, sull’esempio di Cristo.
Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, ricorda che l’amore matrimoniale è un cammino quotidiano di crescita, fatto di pazienza, perdono e concretezza. Non è solo sentimento, ma decisione rinnovata ogni giorno.
“Perché mi piace ciò che pensi e che dici. Perché in te vedo le mie radici”.
Il terzo passo è la stima e l’ammirazione. L’altro non è solo colui che mi fa stare bene, ma una persona che riconosco nella sua dignità, nella sua interiorità, nella sua storia. Qui l’amore si fa amicizia profonda. Come sottolinea Lewis, l’amicizia nasce quando due persone scoprono di guardare nella stessa direzione.
Infine: “Cercare l’Uno al di sopra del bene e del male. Essere un’immagine divina di questa realtà.”
Il quarto passo è la trascendenza. L’amore umano, quando è autentico, apre a Dio. Non si chiude nella coppia, ma si lascia illuminare da una Presenza più grande. Giovanni Paolo II parlava del matrimonio come sacramento: segno visibile dell’amore invisibile di Dio. Due persone che si donano reciprocamente diventano icona concreta dell’amore trinitario.
La vocazione matrimoniale non è semplicemente “stare bene insieme”, ma diventare insieme immagine di Dio nel mondo.
Così possiamo tornare all’ultima frase: “E ti vengo a cercare perché sto bene con te. Perché ho bisogno della tua presenza”.
All’inizio può essere solo bisogno. Ma se il cammino matura, quel bisogno si trasforma in dono. Non ti cerco più solo perché mi fai stare bene, ma perché voglio il tuo bene. Non perché ho paura di restare solo, ma perché desidero camminare con te verso una pienezza che ci supera.
L’innamoramento accende la scintilla. L’amore maturo custodisce il fuoco. Ed è solo il fuoco custodito che illumina una vita intera.
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1 risposta su “Cos’è davvero l’innamoramento? La metafora della porta”
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