CORRISPONDENZA FAMILIARE

Sulla pelle dei minori. Il coraggio di tornare indietro

16 Marzo 2026

A distanza di cinque mesi la vicenda dei tre bambini, sottratti alla responsabilità dei genitori, continua a far discutere. Anzi, la polemica diventa sempre più infuocata. L’assistente sociale che si è occupata del caso, infatti, ha denunciato gli avvocati di Nathan e Catherine. Lo scontro tocca anche le istituzioni. E la Chiesa? È particolarmente silente. 

La Garante nazionale per i minori, Marina Terragni, che pochi giorni fa ha visitato la casa famiglia dove si trovano i bambini, ha fatto notare che avrebbe voluto parlare con la responsabile dei servizi sociali ma non ha trovato alcuna disponibilità. Uno sgarbo istituzionale che certo non favorisce a smorzare le polemiche. Sia pure con il linguaggio felpato della diplomazia, la Garante ha dichiarato che la situazione non è stata gestita con competenza e professionalità e che le decisioni assunte sono chiaramente sproporzionate rispetto alla reale condizione in cui si trovavano i bambini. 

Ovviamente il Tribunale che ha disposto l’allontanamento dei minori difende spada tratta la sua decisone. Nessun passo indietro, per carità, da parte loro nessun errore. Anzi, i giudici ci tengono a ribadire che “le sofferte e delicate decisioni in materia, e particolarmente quelle incidenti sull’allontanamento dei minori dal contesto familiare non originano mai da posizioni ideologiche o pregiudiziali contro i genitori ma mirano sempre a realizzare il benessere del minore soggetto di diritti”. Ed è sempre nell’interesse dei minori che evidentemente hanno disposto la separazione dei figli dalla madre. 

I giudici difendono la loro assoluta imparzialità ma non tutti sono d’accordo sia nel merito che nel metodo. Anzi, voci sempre più insistenti degli esperti fanno notare che questa prolungata separazione può avere effetti traumatici sui bambini che, ricordiamo, hanno sei e otto anni. Una di queste voci dissonanti è quella di Tonino Cantelmi, psichiatra di fama e autore di numerose pubblicazioni. A suo parere in questa vicenda vi sono molti errori, alcuni fatti in buona fede, ma non per questo meno invasivi e nocivi. La famiglia di Nathan e Catherine è certamente eccentrica, nel senso di avere uno stile di vita non conforme alla modalità più comune, ma è anche una famiglia che ha fatto scelte forti dal punto di vista valoriale. 

Una famiglia, continua Cantelmi, che aveva bisogno di essere accompagnata e non ostacolata. I servizi sociali non hanno avuto questa capacità, anzi fin dall’inizio sono entrati in conflitto con i genitori e, alla fine, a pagare il prezzo più alto sono stati i bambini che prima sono stati sottratti all’ambiente naturale in cui vivevano, poi sono stati separati dal padre e, infine, anche dalla madre. Un “dolore immenso”, dice lo psichiatra che punta il dito su quello che è avvenuto in casa famiglia venerdì 6 marzo, quando l’assistente sociale comunica a Catherine che deve andar via dalla casa. La delibera del Tribunale deve essere eseguita immediatamente. Sono le 18.20. È importante precisare l’ora, dice Cantelmi, che offre questo drammatico resoconto: 

“alle 18.20 di sera come affronteranno la notte questi bambini? E perché ai bambini non è stato detto nulla, perché nessuno ha preparato questi bambini al distacco? I bambini si accorgono che la mamma deve andar via e una di loro si aggrappa a lei con le unghie e con i denti. L’uscita è straziante. Come si fa a fare una cosa del genere?”.

Questo racconto è più che sufficiente per mettere in dubbio la professionalità tanto dei giudici quanto degli assistenti sociali. Altro che interesse prevalente dei minori. Qui siamo di fronte ad una “violenza istituzionale”, dice ancora Cantelmi. Per questo, a suo giudizio, la cosa più saggia è quella di fare un passo indietro e affrontare in modo diverso le criticità esistenti. Lo esige proprio quell’interesse dei minori che a parole viene decantato come l’unica regola che motiva l’azione giuridica. Per fare un passo indietro ci vuole coraggio. E soprattutto tanta umiltà. Qualità che fatichiamo a trovare nella vita sociale e ancor meno nelle sedi istituzionali. 

Leggi anche: I bambini sospesi della famiglia nel bosco: adulti facciamo tutti un passo indietro

La cronaca parla di una famiglia, quella di Nathan e Catherine. In realtà, un evento come questo è uno spaccato emblematico del nostro tempo e riguarda tanto il ruolo educativo e sociale della famiglia quanto i compiti e i limiti dello Stato. In gioco non soltanto quella famiglia ma l’istituzione familiare, come ha fatto notare Susanna Tamaro in un interessante articolo sul Corriere, esplicito fin dal titolo: La famiglia ci salva. Salviamola da questo clima di disprezzo

“Da qualche tempo sento montare un clima di disprezzo sempre più diffuso verso tutto ciò che ricorda l’importanza della famiglia e dell’amore coniugale. Da quale senso di superiorità nasce questo disprezzo? Non è forse desiderabile avere delle relazioni affettive capaci di edificare il tempo nella dimensione dell’amore? Nel nostro Paese, come nella maggior parte del bacino mediterraneo, la realtà della famiglia è ancora in fondo la colonna portante su cui si regge la società e l’indignazione che non si placa nei confronti della favola nera dei bambini del bosco ne è la conferma. Una coppia che si ama, che ama i suoi figli, un po’ eccentrica certo, ma di un’eccentricità che non nuoce a nessuno, in cui non c’è alcun odio, viene devastata da una psichiatrizzazione forzata degna dei peggiori regimi totalitari”. 

La scrittrice usa parole dure, avanza un giudizio che potrebbe apparire fin troppo severo a quelli che chiedono di ammorbidire i toni. A mio parere invece ha fatto bene ad intervenire criticando la mens ideologica che supporta l’azione giuridica e sottolineando qual è l’effettiva posta in gioco. 

Mi dispiace dover notare che su questo argomento, e tanti altri che riguardano la vita della famiglia, la Chiesa italiana è particolarmente silente, non interviene e non offre i criteri necessari per dare una valutazione del fatto in sé e delle sue inevitabili ricadute culturali. Una scelta incomprensibile, specie nel contesto di una cultura che fa di tutto per liquidare la famiglia come un residuo del passato. Ci sono situazioni in cui il silenzio, se non diventa oggettiva complicità, favorisce la confusione. “Il vostro parlare sia sì sì, no no”, dice Gesù. Una buona regola. Oggi ancor più necessaria per irrigare l’impegno culturale e politico della società civile. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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ULTIMI COMMENTI

1 risposta su “Sulla pelle dei minori. Il coraggio di tornare indietro”

Buongiorno, penso che il silenzio sia un atto doveroso in situazioni come queste e non parlo di “girarsi dall’altra parte” o menefreghismo. Lo dico per rispetto dei minori coinvolti che in futuro leggeranno e vedranno valangate di commenti su tutti i mezzi di comunicazione su questa loro vicenda. E’ corretto questo? Lo dico da genitore adottivo che sa che l’infinita complessità che c’è dietro ad un affido, ad un’adozione, non è semplicemente quello che si legge o si sente sui mezzi di comunicazione. Lo dico da genitore adottivo cattolico perchè “nei nostri ambienti” l’adozione per esempio passa ancora come “buona azione”: un figlio chiede semplicemente di essere figlio e non la buona azione di qualcuno. Lo dico tenendo conto che il provvedimento di allontanamento da una famiglia è l’estrema ratio e non è mai fatto a cuor leggero, significa che prima ci sono stati percorsi, tentativi, ecc. Se ci sono stati errori nelle procedure non spetta a noi giudicarlo perchè il punto di vista è quello mediato dalle informazioni sui mezzi di comunicazione e non su ciò che fortunatamente non sappiamo e non dobbiamo sapere per rispetto dei minori e delle relazioni famigliari. Parafrasando il titolo della Tamaro: “La famiglia ci salva”… aggiungerei, umilmente un: “non sempre e non tutte”.

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