17 Marzo 2026
Dio non c’entra. La guerra in Medio Oriente e il dovere di un’informazione che racconti la vita
Le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, pronunciate nel webinar organizzato dalla Fondazione Oasis con il Centro Culturale di Milano domenica 15 marzo, arrivano come una scossa salutare in un tempo in cui la guerra in Medio Oriente rischia di essere raccontata attraverso slogan, propaganda e semplificazioni ideologiche. «L’abuso del nome di Dio e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa o qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo», ha detto il Patriarca. Parole chiare e necessarie. Troppo spesso il conflitto israelo-palestinese viene presentato come uno scontro religioso. Ma chi vive quotidianamente quella terra, chi conosce la complessità delle sue ferite, sa che la realtà è molto diversa.
La guerra ha radici politiche, territoriali, economiche, strategiche. La religione, quando viene evocata, è spesso piegata e manipolata per rafforzare narrazioni identitarie o per legittimare posizioni già definite altrove. È un uso improprio e pericoloso del linguaggio religioso, che non illumina il conflitto ma lo oscura. Pizzaballa invita a non lasciare lo spazio pubblico a questo linguaggio distorto. Anzi invita la chiesa ad intervenire, a parlare come ha fatto anche Papa Leone. Non esistono nuove crociate, ha ricordato con chiarezza. «Se Dio è presente in questa tragedia, non è tra chi combatte o giustifica la violenza, ma tra coloro che soffrono: tra i feriti, tra le famiglie sfollate, tra chi vive nell’angoscia quotidiana della guerra».
Ed è proprio guardando dal basso, dalla vita concreta delle persone, che la realtà del conflitto appare in tutta la sua drammaticità. A Gaza oggi vivono circa due milioni di sfollati. Il territorio è diviso, con il 53 per cento sotto controllo israeliano e il 47 per cento destinato ai palestinesi. Il problema principale non è tanto la disponibilità di cibo quanto la situazione sanitaria. Dei trentasei ospedali presenti, solo alcuni funzionano parzialmente. La carenza di igiene genera infezioni e malattie. Le condizioni di vita sono estreme: molte persone vivono letteralmente tra scarichi e fogne. Le immagini che arrivano nei telegiornali mostrano macerie, tende, file per gli aiuti umanitari ma non possono restituire gli odori, le condizioni sanitarie, la disperazione quotidiana. Non possono raccontare fino in fondo cosa significhi sopravvivere in quelle condizioni. La situazione appare bloccata in un tragico stallo. Hamas non consegna le armi perché attende il ritiro di Israele. Israele non si ritira finché Hamas non depone le armi. Un circolo vizioso che tiene in ostaggio la popolazione civile e rende incerto ogni possibile sviluppo.
Ma la crisi non riguarda soltanto Gaza. Anche in Cisgiordania la situazione resta estremamente fragile. Da una parte c’è il problema dell’accatastamento delle abitazioni palestinesi, su cui Israele rivendica il controllo. Dall’altra emerge una questione meno visibile ma altrettanto grave: il futuro delle scuole cristiane. Gli insegnanti palestinesi, infatti, vedono spesso non riconosciuti i loro titoli di studio dalle autorità israeliane e quindi non possono insegnare. Senza insegnanti le scuole cristiane rischiano di scomparire. E con esse si indebolisce non solo un presidio educativo fondamentale, ma anche una fonte di sostentamento economico per molte famiglie.
Questa è la guerra quando la si guarda da vicino: non solo operazioni militari, negoziati diplomatici o dichiarazioni politiche, ma vite quotidiane sospese, istituzioni educative che rischiano di chiudere, famiglie senza prospettive. Ed è qui che entra in gioco il ruolo decisivo dell’informazione. Raccontare il Medio Oriente non significa limitarsi alla cronaca degli scontri o alle dichiarazioni dei leader. Significa anche – e forse soprattutto – raccontare ciò che accade nella vita ordinaria delle persone: nelle case distrutte, negli ospedali che funzionano a metà, nelle scuole che rischiano di non riaprire. Significa restituire voce a chi vive la guerra sulla propria pelle, al di là delle narrazioni contrapposte. «Un’informazione autentica dovrebbe aiutare i lettori a sviluppare senso critico», ha detto Pizzaballa, a non accettare passivamente le semplificazioni ideologiche, a riconoscere quando il linguaggio religioso viene strumentalizzato e quando invece la fede diventa luogo di solidarietà e di resistenza umana. Le parole del Patriarca di Gerusalemme vanno accolte seriamente, non sono soltanto una denuncia. Sono anche un invito: a custodire la verità delle parole, a non manipolare il nome di Dio, e a raccontare il conflitto partendo dalla vita reale delle persone, perché è proprio lì, tra le pieghe della quotidianità ferita, che si misura la verità della guerra. E forse anche la possibilità della pace.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia
Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




ULTIMI COMMENTI
I figli preferiscono sentire i genitori litigare, urlare, arrabbiarsi, vivere separati in casa che vederli separarsi e poi anche divorziare.…
Grazie per le parole e le idee. Per rendere più “umano” Francesco Guccini troviamo anche i suoi difetti. Le parole…
Karol Wojtyla (San Giovanni Paolo II) distingueva tre gradi o gradini verso l'amore di relazione: l'Amore sensuale, l'Amore affettivo, l'Amore…