Uomo e donna, riflesso della fedeltà di Dio. La monogamia non è “imposizione storica”

Foto di Papa Leone derivata da: Edgar Beltrán, The Pillar, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

 «I due saranno una sola carne» (Gen 2,24). È una delle affermazioni più dense e decisive dell’intera Scrittura. Non un semplice versetto tra gli altri, ma una parola sorgiva che attraversa la storia biblica, plasma la tradizione cristiana e continua a interrogare con forza il nostro presente. È da qui che prende avvio la recente Nota dottrinale Una Caro. Elogio della monogamia, un testo che, già nel titolo, si colloca consapevolmente controcorrente. L’idea di fondo è che la monogamia non nasce come imposizione storica, ma come espressione dell’amore autentico. 

In un tempo in cui le relazioni multiple, aperte o fluide vengono spesso presentate come espressione di autenticità e libertà, la Chiesa osa rilanciare una domanda radicale: l’esclusività è davvero una limitazione o può essere, paradossalmente, una forma alta di libertà?

La Nota non parte da un divieto, né da un sistema di norme, ma da un racconto. L’uomo che lascia suo padre e sua madre e si unisce alla donna, diventando con lei “una sola carne”. Quando Gesù, nel Vangelo di Marco, riprende quella stessa espressione – «così non sono più due, ma una sola carne» (Mc 10,8) – non sta introducendo una novità disciplinare, ma sta riportando l’attenzione al principio. L’unità dei due non è un semplice contratto né un adattamento culturale successivo: è una forma relazionale radicata nella rivelazione, iscritta nel progetto originario di Dio.

Proprio su questo punto il documento insiste con chiarezza: la monogamia non nasce come imposizione storica, ma come espressione coerente della visione biblica dell’uomo e della donna. Non è un’aggiunta morale esterna all’esperienza amorosa, ma la sua grammatica profonda che lo caratterizza e gli dona fondamento solido. L’essere una sola carne non indica soltanto un’unione fisica, ma una comunione di vita, una scelta totale che coinvolge corpo, affetti, volontà, futuro, eternità.

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Quest’annuncio rivoluzionario ha attraversato i secoli, è come inscritto nell’intimo di ciascun essere umano proprio come leggiamo nel racconto genesiaco. Potremmo dire che il desiderio di essere una sola carne con la donna o l’uomo che Dio ha pensato per ciascuno rispecchia il desiderio di Dio di essere una sola cosa con la creatura che ha creato ed ama, sottolinea l’unicità dell’amore che Dio ha verso la propria creatura. Se siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio allora anche il desiderio di amare l’altro in modo unico ed eterno non è altro che la modalità di Dio. 

Questo è uno dei motivi per cui nei primi tempi del cristianesimo, i Padri della Chiesa lessero quell’unità come segno dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Agostino d’Ippona parlava dei bona matrimonii – fedeltà, prole, sacramento – e vedeva nella fedeltà coniugale non semplicemente una regola, ma il riflesso dell’amore fedele di Dio. Giovanni Crisostomo descriveva il matrimonio come una piccola Chiesa domestica, luogo in cui l’appartenenza esclusiva diventa testimonianza pubblica della stabilità dell’amore divino. Per lui il matrimonio non è solo un contratto sociale o un mezzo per la procreazione, ma una comunione spirituale che santifica gli sposi. Sottolinea con forza la dimensione dell’amore: il marito deve amare la moglie con lo stesso amore con cui Cristo ha amato la Chiesa, cioè un amore totale, oblativo e disposto al sacrificio. Una delle sue formulazioni più celebri si trova nell’Omelia XX sull’Epistola agli Efesini 5, dove si legge: «Hai visto la misura dell’obbedienza? Ascolta ora anche la misura dell’amore. […] Abbi cura di lei [tua moglie] come Cristo ha avuto cura della Chiesa. E se fosse necessario dare la vita per lei, sì, anche sopportare e patire qualsiasi cosa, non rifiutare. […] Anche se dovessi dare la tua vita per lei, non avresti fatto quanto Cristo, poiché tu lo fai per colei che è già unita a te, mentre Egli lo fece per colei che gli era nemica» (p. 62, 143-150).

L’amore unico non era percepito come impoverimento, ma come segno sacramentale di qualcosa di più grande.

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Non sorprende, allora, che anche la mistica cristiana abbia fatto ricorso al linguaggio nuziale per parlare di Dio. Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e Bernardo di Chiaravalle hanno descritto l’unione con Dio come un matrimonio spirituale. Perché questa scelta? Perché l’amore, per essere pieno, implica una totalità che non può essere frammentata. 

Quando Giovanni della Croce parla dell’anima che si dona senza riserve allo Sposo, utilizza la stessa grammatica dell’appartenenza esclusiva: non possesso, ma dono integrale e totale di sé. La monogamia, letta in questa luce, non è solo una struttura sociale funzionale, ma un’esperienza significativa, totale, oblativa secondo quanto Cristo ci ha consegnato sulla croce.




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Assunta Scialdone

Assunta Scialdone, sposa e madre, docente presso l’ISSR santi Apostoli Pietro e Paolo - area casertana - in Capua e di I.R.C nella scuola secondaria di Primo Grado. Dottore in Sacra Teologia in vita cristiana indirizzo spiritualità. Ha conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Da anni impegnata nella pastorale familiare diocesana, serve lo Sposo servendo gli sposi.



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