Dalla finestra della mia redazione ho la possibilità di osservare la scuola di primo grado che ogni giorno durante il lavoro ci rallegra con le grida e le risate dei bambini. La scorsa settimana, al mattino presto, mentre aprivo la finestra per far entrare un po’ di sole, ho osservato un uomo fermo davanti al cancello della scuola elementare. Mi sono accorta che guardava suo figlio attraversare il cortile con uno zaino decisamente troppo grande per la schiena ancora sottile. Il bambino si voltava ogni pochi passi, come per assicurarsi che il suo papà fosse ancora lì. E lui, il padre, non si muoveva: un cenno con la mano, un sorriso. Poi il figlio è entrato, inghiottito dal rumore della campanella e dalle voci. L’uomo è rimasto ancora qualche secondo. E poi è andato via.
Che cos’è un padre, oggi? La domanda attraversa la nostra epoca con una certa inquietudine. Perché, mentre la psicologia ci ricorda quanto il padre sia decisivo per la costruzione della persona, la cultura sembra averlo reso evanescente, quasi superfluo. Non più da combattere, come nelle generazioni passate, ma quasi da dimenticare. Eppure conosciamo quanto la sua presenza sia stata determinante per la nostra vita. Anche quando è stato assente, anche quando è stato fragile, anche quando è stato motivo di ferite: proprio lì, nella mancanza o nel conflitto, la sua presenza ha continuato a lavorare dentro di noi. La madre è evidenza, origine visibile. Il padre, invece, si presenta come domanda. Chi è? Che cosa ha da dire alla mia vita? È una figura che si deve scoprire, interpretare, perfino ricostruire.
E come oggi i figli vengono aiutati in questo cammino? Il padre è colui che introduce alla realtà. Colui che non trattiene, non possiede. Non costruisce una gabbia dorata. Apre una strada. Dice — con la vita più che con le parole — che esiste un mondo oltre il cerchio rassicurante della protezione. E che la libertà è possibile. Per questo oggi tanti figli, pur avendo genitori, sembrano orfani, sono smarriti. Padri che hanno paura di essere padri: di porre un limite, di dire un no, di lasciare andare. O al contrario padri che si ritirano, che si sentono inutili prima del tempo, come se la loro presenza non fosse più necessaria. E invece c’è una forma alta, quasi paradossale, di “inutilità” che appartiene alla vera paternità: quella di chi compie il proprio compito fino in fondo e poi sa farsi da parte. Quando il figlio cammina da solo, quando non ha più bisogno della mano — allora il padre, se è davvero padre, accetta di restare nell’ombra.
Come san Giuseppe. Uomo silenzioso, quasi marginale nelle parole del Vangelo, eppure centrale nel mistero della salvezza. Non possiede quel figlio, non lo trattiene: lo custodisce. Sa che non è suo, e proprio per questo lo ama con libertà. È padre senza appropriazione. Presenza senza dominio. Ombra che protegge senza oscurare. In fondo, ogni padre è chiamato a questo: essere segno di qualcosa che lo supera.
Nel libro del Siràcide c’è un brano che invita a fare l’elogio dei padri, degli uomini che ci hanno preceduto. Alcuni sono dimenticati, svaniti come se non fossero mai esistiti. Ma altri restano, non per fama o successo, bensì perché hanno trasmesso una fedeltà, una giustizia, una vita. La loro eredità non è nei beni, ma nei figli capaci di stare al mondo. Abbiamo bisogno di questi padri, senza di loro — senza qualcuno che ci introduca alla realtà e alla libertà — restiamo incompiuti. Così ho davanti la scena di san Luigi Martin che accompagna in monastero quattro delle sue cinque figlie e con dolcezza e fermezza le introduce tutte alla loro vocazione, la vita in cui troveranno pienezza. E allora quel bambino che entra da solo nel cortile, dopo essersi voltato un’ultima volta, porta con sé, senza saperlo, il dono più grande: un padre che ha saputo restare. E poi lo ha lasciato andare.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




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