Imparare a essere padri. La storia di Pino Cutolo: sposo, padre e sacerdote

19 Marzo 2026

Nel 2009, la vita di Pino Cutolo viene investita da un treno in corsa. Per lui, padre di due figli ancora piccoli, la perdita della moglie Giusi è l’inizio di un corpo a corpo con la realtà dove il noi coniugale doveva trovare una forma nuova. Un percorso che lo ha portato, nello scorso dicembre a scoprirsi nuovamente padre, attraverso l’ordinazione sacerdotale. Con la sua esperienza inauguriamo su Punto Famiglia la rubrica “Il viaggio della vita. Testimonianze e riflessioni sul tempo della vedovanza”: uno spazio per raccontare come la grazia operi proprio lì, tra i cocci di un’unità coniugale che deve imparare a reinventarsi.

Raccontare la storia di Pino Cutolo significa immergersi in una paternità che non ha avuto nulla di lineare. La sua avventura di padre inizia nel 1996 con il dolore di una figlia, Francesca, subito salita al cielo, per poi proseguire con la nascita di Ciro ed Emanuele. Ma ben presto Pino scopre di essere chiamato ad una paternità che deve saper reinventarsi: sua moglie Giusi scopre di essere affetta da un tumore. In quegli anni, cerca di costruire un’apparente normalità, quasi a voler negare a se stesso e ai figli l’evidenza del male per non spaventarli. Pino voleva essere argine e scudo per i suoi figli, voleva costruire una “famiglia perfetta” dove l’assenza della madre, nell’andirivieni dagli ospedali, fosse compensata da una presenza paterna impeccabile. Quasi a voler convincere se stesso che, in fondo, la tragedia non fosse poi così grave.

Ma mentre Pino si sforzava di essere il “padre supereroe”, la verità bussava alla porta. Giusi muore il 5 giugno 2009. Repentina fu la ferma decisione di non risposarsi e di continuare a festeggiare quell’anniversario di matrimonio, certo di una fedeltà che non si era spezzata. Emanuele aveva solo 6 anni. Una volta confessò al papà che nel suo immaginario la mamma prima o poi sarebbe ritornata, diceva, “come in uno di quegli strani viaggi”. Ricordava perfettamente i ricoveri, fatti passare per sessioni di una fantomatica scuola per mamme. La mamma gli mancava, ma almeno poi ritornava. Abituarsi ad un altro tipo di assenza è difficile, se non hai gli occhi della fede che ti fa vedere – come ci ricordava don Tonino Bello – il crocifisso come una “collocazione provvisoria”. Già in quel periodo Pino riconosce i semi della sua nuova vocazione, che gli chiedeva altro.

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Come riconoscerlo? Come non mettersi in discussione di fronte ad un Dio che bussa alla porta del cuore e chiede di trasformare quel dolore e quell’amore? Il momento della verità è scoccato quando Pino ha deciso di rispondere alla vocazione consacrata prima e sacerdotale poi.

Non è stato un fulmine a ciel sereno, ma un lavorio dello Spirito dentro la quotidianità della Fraternità di Emmaus. Tuttavia, se per Pino il quadro si faceva chiaro, per chi gli stava accanto il panorama era ancora sfocato. Per il figlio minore, Emanuele, quel Dio che gli aveva già “portato via” la madre sembrava ora voler completare l’opera, sequestrando anche il padre tra libri di teologia e momenti di preghiera lontano da casa. Nella percezione di un ragazzo adolescente, non era una chiamata santa: era un rivale.

La Chiesa, però, non cammina sopra le macerie degli affetti: la vocazione di un padre non può ignorare il cuore dei figli. Per questo, alle porte dell’ordinazione, l’Arcivescovo Tommaso Caputo ha voluto incontrare Ciro ed Emanuele. Non è stato un passaggio burocratico, ma un appuntamento con la loro libertà. Il Vescovo ha chiesto loro di essere giudici della felicità del padre, di dire se quel cammino fosse vita vera o solo una fuga.

È nella risposta di Emanuele – in quella lettera scritta dopo il colloquio e consegnata al Vescovo – che scopriamo cosa significhi davvero, oggi, la sfida di essere contemporaneamente padre e sacerdote:

«Scegliendo di consacrarsi totalmente a Dio, non ha mai smesso, nemmeno per un istante, di essere padre. Non lo è mai stato “di meno”, anzi: è come se la sua paternità si fosse rafforzata, pur assumendo forme nuove. So che è lo Spirito Santo, unito al suo grande cuore, a dargli la forza per portare avanti entrambi questi cammini: quello verso il ministero sacerdotale e quello, altrettanto impegnativo, di padre e unico genitore. Una responsabilità che richiede tutto sé stesso, e che lui affronta con generosità e fede, portandola avanti con una dedizione che oggi, come figlio, non posso che ammirare e riconoscere. 
Poco prima dell’incontro con Lei, mentre mi accompagnava in auto, mi ha detto una frase che porterò sempre nel cuore: "Quando andrai lì, non preoccuparti di cosa dire o non dire per timore di pregiudicare il mio percorso, ma sii completamente sincero, perché il vostro benessere deve essere per me la priorità assoluta”. Quelle parole raccontano tutto. Raccontano un padre che, pur avendo scelto una via nuova, non ha mai smesso di amarci. E raccontano un Dio che non chiede di dimenticare il dolore, ma lo trasforma in amore, se ci lasciamo plasmare».

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Oggi, Pino vive la sua tripla vocazione – sposo, padre e presbitero – in un equilibrio che lui stesso definisce sul filo del rasoio: «Sono in continua ricerca di equilibrio – racconta don Pino – in una paternità che è stata chiamata ad allargare la tenda, anche in maniera spropositata se si considera la mia piccola famiglia di origine e la grande realtà del Santuario di Pompei. All’inizio mi sembrava di non vivere bene nessuna delle mie vocazioni. In realtà, si tratta di vivere in modo originale le mie vocazioni tutte, che si possono sempre riassumere in una paternità speciale, biologica e poi spirituale. Anzi, posso dire che questa situazione mi tiene sveglio e attento, non dando nulla per scontato o definitivamente acquisito; e così ancora di più dipendo dalla grazia, dal mio continuo mettermi in ascolto dello Spirito, perché ogni vocazione sia vissuta, non secondo uno schema prestabilito, ma secondo la Sua volontà».



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