Non si tratta di amare la croce, ma di amare a costo della croce

Negli ultimi giorni un lettore ha criticato un nostro articolo, quello in cui invitavamo le coppie a vivere la Via Crucis, chiedendosi che cosa si possa fare, anche con un po’ di sacrificio, per amore dell’altro. L’articolo è stato frainteso: qualcuno l’ha letto come se volesse giustificare la violenza o l’annullamento di sé. Eppure, non era questo il messaggio… 

È vero: si può fraintendere. Si può pensare che il cristianesimo insegni a cercare la sofferenza, come se essa sia un bene in sé. Eppure, non è questo il cuore della nostra fede. Non ci è chiesto di cercare la croce, ma di cercare l’amore, anche quando comporta una croce.

Ci è chiesto di non cedere a compromessi, anche a costo della croce

Ci è chiesto di non indietreggiare davanti alle ingiustizie, anche a costo della croce

Ci è chiesto di non smettere di aver cura degli altri, dei fragili, delle persone care, anche se questo, a volte, significa accettare una croce.

Sia chiaro: se la croce arriva, è naturale rifiutarla: “Padre, allontana da me questo calice”, ma se quella croce vale la salvezza di qualcuno, allora “Sia fatta la Tua volontà”:

Lo stesso digiuno non vale per il dolore che provoca, ma per lo spazio che crea nel cuore: ci libera dal superfluo per aprirci a ciò che conta davvero. La croce ha senso solo quando è attraversata dall’amore, quando la si accoglie per amare di più.

E allora perché questa logica non dovrebbe valere anche nel matrimonio?

Pensiamo a una mamma che dona un rene a suo figlio. Non cerca la sofferenza, ma la affronta per amore. Pensiamo a due amiche: quando una soffre, l’altra mette da parte i propri impegni per ascoltarla. Nessuno direbbe che si stia annullando: sta solo scegliendo il dono di sé.

Nel nostro matrimonio sperimentiamo che i frutti migliori arrivano quando smettiamo di rinfacciare all’altro ciò che “dovrebbe” fare e decidiamo semplicemente di alleviare le sue fatiche. Spesso basta poco: stendere una lavatrice, apparecchiare la tavola, tenere i bambini per far riposare l’altro. Sono gesti semplici, quotidiani, ma pieni di amore. Forse ci costano, ma donano anche una gioia profonda e duratura. 

Leggi anche: Via Crucis: siamo spettatori o protagonisti?

Accettare la croce, come sposi, significa donarsi senza calcoli, mettersi in ascolto, rinunciare a qualcosa di sé: non per perdere la propria identità, ma per costruire insieme qualcosa di più grande.

Significa perdere qualcosa perché la comunione cresca.

Parlare di “croce nel matrimonio” non significa accettare comportamenti sbagliati o violenti. La violenza non solo non va spiritualizzata: va denunciata, pur continuando a pregare per la conversione di chi l’ha commessa.

Accogliere la croce, invece, significa scegliere ogni giorno di amare l’altro nel modo più concreto possibile.

I santi possono aiutarci a capire meglio il senso cristiano della croce. 

Pensiamo a san Massimiliano Kolbe: non ha scelto la morte, ha scelto la vita di un padre di famiglia disperato, che chiedeva di tornare dai suoi figli.

Pensiamo a santa Gianna Beretta Molla: non voleva morire, ma ha pensato anzitutto alla figlia che aveva in grembo, non è morta perché disprezzava la propria vita, ma perché aveva a cuore la bambina nel grembo e voleva farla nascere.

Pensiamo anche a persone del mondo laico, come Carlo Urbani, che è morto per isolare una malattia e di quella stessa malattia lui è morto. Salvando, però, migliaia di vite.

Gesù stesso non ha scelto la croce, ha scelto la nostra salvezza, anche a costo della croce. 

La domanda allora che possiamo farci è questa: noi, sposi, spose, siamo disposti a questo? Siamo disposti a salvare il nostro matrimonio, a pensare all’altro anche se forse non avremo sempre una gratificazione immediata?

Siamo disposti, dunque, non ad annullarci, che non va mai bene, ma a donarci fino in fondo? 




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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  1. Gentile Dottoressa, lei ha scritto una bellissima frase "Le famiglie non sono perfette. Non lo sono mai state e non…

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