“Tu sei la mia croce”: condanna o via all’amore?
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«Santità mi dia una benedizione e dia una benedizione anche alla mia croce», disse un uomo a Giovanni Paolo II indicando la sua consorte. Il Papa polacco rispose: «Benedico la croce e il suo crocifissore»; benedicendo il mal capitato, che, in questo modo, dovette digerire l’affondo di chi ne sapeva tanto sulle dinamiche di coppia. Questo aneddoto potrebbe aprire alla riflessione su tantissimi aspetti della vita di coppia, ma oggi ne vediamo due…
Nel precedente articolo abbiamo cercato di condividere qualche suggestione in merito a quelli che sono i primi passi di un serio cammino da fidanzati. Si è posto l’accento sul fatto che ogni cristiano chiamato alla vita matrimoniale, se vuol evitare di dire all’altra persona «tu sei il peggiore errore della mia vita», deve provare a capire se l’altro è, invece, la propria vocazione. Ed è a partire da quell’articolo che un’amica, dopo averlo letto, mi ha scritto: «Non l’ho mai guardato come “Tu sei la mia vocazione” ma come “Tu sei la mia croce”».
Queste parole mi hanno riportato alla mente un aneddoto di san Giovanni Paolo II. Durante uno dei suoi innumerevoli incontri pubblici, un uomo accompagnato dalla propria signora, rivolgendosi al Papa, esclamò: «Santità mi dia una benedizione e dia una benedizione anche alla mia croce», indicando la sua consorte. Il Papa polacco, che non mancava di prontezza di replica, rispose: «Benedico la croce e il suo crocifissore»; benedicendo il mal capitato, che, in questo modo, dovette digerire l’affondo di chi ne sapeva tanto sulle dinamiche di coppia.
Questo aneddoto potrebbe aprire alla riflessione su tantissimi aspetti della vita di coppia, ma due in particolare ci preme mettere in risalto.
Il primo è che questa frase (“tu sei la mia croce!”) può, purtroppo, essere pronunciata all’interno del proprio matrimonio e, magari, con toni carichi di livore e risentimento nei confronti della stessa persona che, pochi anni prima, si è promesso di amare accogliendola ai piedi dell’altare.
Il secondo elemento è che la frase incriminata racchiude in sé una verità salvifica che supera enormemente – annullandolo – ogni proverbiale intenzione di dileggio che, indifferentemente, si può trovare tra sodali maschili o femminili nei riguardi della rispettiva metà.
Ognuno può essere – e magari lo è inconsapevolmente – croce per l’altro: il punto sta nel modo in cui si concepisce la croce.
Se la croce è considerata mero strumento di tortura, beh, allora, vuol dire che nulla abbiamo compreso del cuore del cristianesimo: il segno di croce che ogni giorno più volte al giorno facciamo o dovremmo fare (sic!) non serve per ricordare la tortura, ma l’amore che da esso scaturisce.
Vedere e pensare l’altro solo nell’ottica di una croce subita, quasi imposta per un proprio errore di valutazione, è a dir poco deprimente: neanche per scherzo bisognerebbe dirle certe cose.
Molto spesso nel pensare al matrimonio ci si ingabbia nella falsa convinzione che “tanto staremo insieme fino alla fine, Paradiso compreso”. Ma così non è! O meglio, non è detto.
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Anche in questo caso, difatti, ci vengono in aiuto le illuminanti parole evangeliche secondo cui, pur facendo un cammino di coppia, il cammino è e resta personale fino al punto che «in quella notte due si troveranno in un letto: l’uno verrà preso e l’altro lasciato» (Lc 17,34). Parole agghiaccianti ma vere!
La salvezza, infatti, non è mai della coppia: a meno che non siamo davanti ad una santa coppia, una coppia, cioè, fatta da due santi, perché la santità dell’uno non può surrogare la cattiva volontà dell’altro.
So per certo che alcuni riterrebbero un inferno il trovarsi in Paradiso accanto a qualcuno che per tutta una vita hanno, a fatica, tollerato: ma il problema è proprio questo. Perché?
Lungi dal voler avvilire i giovani che devono sposarsi, nell’ottica della sincerità e dell’aiuto, è necessario persuadersi che la scelta che si compie “per una vita” va ben oltre il bel nasino che ha attirato la nostra attenzione. Si tratta di essere certi – e consapevoli – della propria e dell’altrui limitatezza. Non sono le qualità che ci rendono grandi, ma la consapevolezza dei nostri limiti. Solo conoscendo il limite ed accettandolo – cosa ben più impegnativa! – si evita di superarlo con il rischio di sfracellarsi nel burrone.
La croce, quando è vista e vissuta nella prospettiva corretta, è e resta il migliore antidoto nei confronti della piaga diffusa, da secoli orsono, dell’amore romantico: nulla di peggio per chi decide di sposarsi di farlo nel turbine romantico del momento. Troppi si illudono che le storie possano superare tutti i marosi se nate sotto la stella ardente di un fuoco di passioni, ignari, invece, che il fuoco distrugge tutto se non governato con coraggio, forza, preparazione… oltre ad una dose infinita di quell’umiltà indispensabile per riconoscere i propri limiti.
È vero: l’altro è e può essere per me una croce. Ma è anche vero che senza la croce non sgorga l’amore. È dall’unione tra Cristo e il legno che noi abbiamo la salvezza. Ma è un vincolo voluto, perseguito, atteso anche se nell’agonica paura che fa sudar sangue.
Le coppie che spesso lamentano di avere una croce accanto non sanno che l’esemplare della loro unione è l’altare sul quale l’Agnello si immola e ottiene, in questo modo, la salvezza del mondo mentre le più belle storie d’amore nascono e riescono nell’accettazione quotidiana della croce, metro e misura di ogni reale amore.
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