Cosa celebriamo oggi? Una casa, una giovane donna, un annuncio. Eppure, proprio lì accade l’impensabile: Dio irrompe nella storia e ne cambia per sempre la direzione. E questo ci affascina e ci conquista. C’è un prima e un dopo. L’Annunciazione è questo spartiacque. È la festa della scintilla, da quel “sì” pronunciato quasi sottovoce, il mondo ricomincia da capo. Tutto diventa possibile. Tutto può essere rinnovato.
Ci ricorda che Dio non agisce sempre nei grandi eventi visibili, ma spesso nei margini, nel quotidiano, nell’ordinario delle nostre giornate. È lì che si gioca la partita vera: nelle scelte piccole, nei consensi interiori, nelle disponibilità che non fanno notizia ma costruiscono il futuro. L’Annunciazione, allora, non è solo memoria di ciò che è stato, ma rivelazione di uno stile: Dio entra nella vita senza forzarla, la trasforma senza distruggerla, la compie chiedendo libertà.
E in questo c’è anche una chiamata personale. Fare memoria della “scintilla” da cui ciascuno di noi ha avuto origine. Memoria grata verso coloro che ci hanno trasmesso la fede, generati all’amore di Dio, che hanno messo nel nostro cuore il desiderio di eternità, che ci hanno trasmesso e testimoniato che la vita non è solo affanni, dolore, piaceri momentanei ma molto, molto di più. Non so perché questa festa ravviva in me la speranza. Percepisco la grandezza di un Dio vicino. Mi commuovo pensando alla dolcezza mista ad audacia della Vergine Maria. So che anche alla mia storia in quel giorno, come alla storia dell’umanità tutta, è stata donata la possibilità di ricevere il timbro della vita eterna.
È proprio questa logica di Dio — che agisce nel silenzio e nelle fratture della storia — che mi fa ripensare oggi alle parole di padre Pizzaballa. In Terra Santa, la processione della Domenica delle Palme è cancellata, la Messa crismale rinviata, le celebrazioni della Settimana Santa ridotte all’essenziale: è il segno tangibile di una ferita profonda, una ferita che attraversa la città, i suoi abitanti e, simbolicamente, l’intera comunità dei credenti nel mondo.
Eppure, proprio in questa sottrazione forzata emerge una domanda essenziale: cosa resta della fede quando vengono meno i suoi segni più visibili e condivisi? La risposta, implicita nelle parole del Patriarca, è tanto semplice quanto esigente: resta la preghiera. Resta la capacità di sentirsi uniti anche nella distanza, di trasformare le case in piccoli luoghi di culto, di riscoprire una dimensione familiare della relazione con Dio. Non è la prima volta che la storia costringe i credenti a rinunciare alla celebrazione liturgica comunitaria. E questo costituisce una grande ferita ma anche un monito. Le grandi celebrazioni, i pellegrinaggi, le processioni — pur cariche di significato — non esauriscono il mistero.
Il rischio, naturalmente, è quello dello scoraggiamento. Una Pasqua vissuta senza assemblea, senza canto corale, senza il respiro collettivo della comunità può apparire impoverita, quasi svuotata. Anche Maria mentre pronunciava il suo sì, ha sentito l’ombra del turbamento incombere su di lei, “Come è possibile? Cosa farò? Cosa dirò a Giuseppe? Che ne sarà di me?”. Ma è proprio qui che la fede di Maria mostra il suo volto più bello: la speranza non nasce dalle condizioni favorevoli, ma resiste anche dentro l’oscurità. Anzi, è proprio nell’oscurità che si rivela per ciò che è. Una luce. Nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola.
Dal “sì” di Maria al “sì” di Cristo sulla croce corre un filo sottile ma indistruttibile. È lì che si radica la speranza: nella certezza che la vita può ancora vincere, anche quando tutto intorno sembra negarla. Forse è proprio in questa Pasqua ferita che possiamo riscoprire la forza della scintilla. Piccola, fragile, a volte appena visibile. Eppure, capace di attraversare il buio e di continuare a illuminare il cammino.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



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