27 Marzo 2026
“Anche Dio è infelice senza l’uomo”, il cammino della Settimana Santa
Ogni anno arriva la Domenica della Passione e con essa l’inizio della Settimana Santa. Come ci entro? E soprattutto perché devo tornare dentro questi giorni così densi, così già sentiti, così — in un certo senso — già “saputi”? Perché non è mai una ripetizione e soprattutto perché io non sono sempre la stessa. Negli anni, senza nemmeno accorgermene troppo, ho iniziato a perdere pezzi. Non in senso negativo — anzi. Fronzoli, aspettative, un certo modo di giudicare tutto (me compresa). È come se si fosse alleggerito lo sguardo. E questa cosa cambia tutto. Per esempio: non scappo più così facilmente da quello che sento. Prima sì — cercavo di sistemare subito, dare un nome, capire se era giusto o sbagliato. Adesso no. I sentimenti contrastanti, le delusioni, anche certi desideri un po’ scomodi… restano. E provo a starci. Non come un problema da risolvere, ma quasi come si fa con degli amici complicati: li ascolti, anche quando non sai bene cosa dire. Gesù è il mio amico più complicato. La sua è una pedagogia difficile da accogliere ma liberante da vivere.
Nei Vangeli non lo vedo mai fare la morale nel modo in cui siamo abituati noi. Non lo sento inquisitorio. Non lo sento deluso. Non lo sento stanco delle persone. Lo vedo avere compassione. «Ebbe compassione di loro». Questa parola — compassione — è diventata molto più concreta per me. È imparare a stare davanti alla realtà senza scappare e senza schiacciare. Sentire compassione per quella folla di pensieri che si affacciano puntuali ogni mattina al mio capezzale, imparare a lasciar cadere ancora qualcosa. Un po’ di rigidità. Un po’ di giudizio. Un po’ di quella voce interna che pretende sempre di più.
Dobbiamo cominciare da noi stessi, perché, se devo essere onesta, io sono stanca. Stanca di questa continua lotta. Di questo tono sempre acceso, sempre polarizzato. Nei media, nei discorsi, perfino tra persone che dovrebbero parlare di Vangelo — e invece sembrano in guerra. E la cosa più faticosa è quando quella stessa durezza me la porto dentro. Quando tratto me stessa con più severità di chiunque altro. Ecco, forse per me questa settimana sarà questo: un tentativo di uscire da questa logica e mettermi, ancora, alla scuola del Servo. Di Gesù. Ho bisogno di imparare da Lui ad amare senza difendermi sempre. A stare dentro il tradimento senza diventare dura. A reggere la delusione senza chiudermi. A stare sulla croce — nelle piccole croci di ogni giorno — senza scappare subito altrove. A restare anche nel silenzio di Dio. Quando non risponde. Quando non consola. Quando sembra lontano. «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» — lo dice uno che sta sotto la croce, non altrove.
Qualche giorno fa, alla mostra di Giotto a Perugia, mi sono fermata a lungo davanti ai suoi volti. C’è un silenzio particolare in questi luoghi — non è solo assenza di rumore, è come se tutto rallentasse, come se anche lo sguardo fosse costretto a diventare più essenziale. E davanti a quei volti — così umani, così veri, così a volte anche segnati — mi sono accorta che sto sempre cercando la stessa cosa: il volto di Dio. Lo cerco senza sapere bene come dovrebbe essere. Lo cerco anche quando è sfigurato, quando è irriconoscibile, quando è ferito. Lo cerco quando non risponde all’idea che mi ero fatta. «Anche Dio è infelice senza l’uomo» — scrive David Maria Turoldo. Forse è per questo che continua a lasciarsi cercare. È la parabola della mia vita. La Settimana Santa è l’emblema della nostra vita, della nostra ricerca, di un attraversamento necessario: da quel Volto sfigurato — il volto del dolore, del fallimento, del silenzio — a un Volto che vive. Buona ricerca. E buona Settimana Santa.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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