La cultura anti-vita si diffonde a macchia d’olio. Storie di vicini di casa intolleranti

Bambino

Se ci diciamo cristiani, dovremmo interrogarci seriamente su come vediamo i bambini: accogliamo l’insegnamento del Vangelo sull’infanzia? La riconosciamo come un dono da proteggere e valorizzare, oppure la consideriamo un intralcio? Quando il pianto di un neonato o i passi di un bambino diventano motivo di ostilità, fino a costringere intere famiglie ad andarsene, forse dovremmo interrogarci non su chi “disturba”, ma su cosa stiamo diventando. 

C’è un passo della Scrittura che racconta di come i bambini venissero allontanati perché ritenuti fastidiosi per i discepoli di Gesù. Eppure, davanti a questa scena, la reazione di Gesù è sorprendente: il Vangelo dice chiaramente che “si indignò” (Marco 10,13-16). L’infanzia, dunque, non è marginale agli occhi di Dio: è preziosa, amata, da custodire. I bambini non sono un ostacolo, ma una via privilegiata, e nessuno deve scandalizzare i piccoli.

E noi, indigniamo Gesù con il nostro comportamento come fecero i discepoli allora?

Qualche giorno fa mia figlia è tornata a casa con quella che, per lei, era una “brutta notizia”: la sua amica di scuola, arrivata in classe solo pochi mesi fa e già inserita nel gruppo, dovrà cambiare casa, paese, scuola. Proprio adesso che stava iniziando a sentirsi parte di qualcosa. Il motivo? Da poco è nato un fratellino in una famiglia che aveva già tre figli ancora piccoli. Un evento che dovrebbe essere motivo di gioia e di speranza si è trasformato, per qualcuno, in un problema. I vicini di casa non fanno che lamentarsi: “Da quando sono arrivati loro, c’è sempre confusione”. Una lamentela oggi, un dispetto domani, e alla fine questa famiglia – per di più di origini straniere – è costretta a fare le valigie e ricominciare da capo.

Solo due settimane fa, un episodio simile mi aveva già lasciata sbigottita. Una mia amica, originaria del Sud che avevo conosciuto in parrocchia, mi ha confidato che presto dovrà lasciare il nostro paesino. Anche in questo caso, il problema sarebbe il “rumore”: sua figlia, una bambina di due anni che a volte si sveglia di notte e piange, che ogni tanto fa cadere un bicchiere, che semplicemente vive. Il vicino di casa, però, non tollera nulla. “Non sopporta nemmeno il minimo rumore – mi ha detto – e, per vendicarsi, quando sa che noi dormiamo sbatte con la scopa sul muro. Dice che lo fa per farci capire cosa prova lui”. Avevano iniziato a mettere radici, a creare relazioni. Veniva da me tutte le settimane. Hanno cercato, invano, una casa che avesse lo stesso prezzo di quella che lasciavano, ma nulla. Per trovare un affitto congruo alle loro entrate, devono lasciarci.

Potrei andare avanti con altri esempi, perché purtroppo non si tratta di casi isolati.

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Quello che colpisce è la crescente intolleranza verso qualcosa che dovrebbe essere naturale, inevitabile, persino rassicurante: la presenza dei bambini. In un Paese che va inesorabilmente incontro al declino demografico, sembra che ci si stia disabituando ai vagiti, ai passi incerti, alle risate e sì, anche ai pianti. Il “benedetto rumore dei bambini”, che un tempo riempiva cortili e scale, oggi viene percepito sempre più spesso come un fastidio da eliminare.

Certo, la convivenza – soprattutto in condominio – richiede rispetto reciproco, attenzione, buon senso. Nessuno mette in discussione l’importanza dell’educazione e della cura degli spazi comuni. Ma qui non si parla di maleducazione o di comportamenti eccessivi: si parla della normalità della vita. Di bambini che crescono, di famiglie che cercano il proprio equilibrio, di notti interrotte e giornate rumorose, come è sempre stato.

Eppure, meno bambini nascono, meno tolleranza sembra esserci verso quei pochi che ci sono. Quasi fossero una presenza fuori posto, una “minoranza disturbante” che rompe un silenzio ormai diventato la norma. È un paradosso amaro: proprio mentre ci si preoccupa del calo delle nascite, si costruisce un contesto sociale sempre meno accogliente per chi un figlio decide di averlo.

Forse il punto non è solo il rumore, ma quello che quel rumore rappresenta. I bambini portano movimento, imprevisto, vita. E accettare tutto questo significa accettare anche di non avere il controllo assoluto sul proprio spazio e sul proprio silenzio. Significa riconoscere che vivere insieme agli altri comporta inevitabilmente qualche rinuncia, ma anche una ricchezza umana che non può essere sostituita dal quieto isolamento.

Quando si arriva al punto in cui il pianto di un neonato o i passi di un bambino diventano motivo di ostilità, fino a costringere intere famiglie ad andarsene, forse dovremmo interrogarci non su chi “disturba”, ma su cosa stiamo diventando. Perché una comunità che non sa più accogliere i bambini è una comunità che, lentamente, smette di accogliere anche il proprio futuro. 

Ai vicini di casa che provano fastidio, proponiamo un antidoto: sporcarsi le mani in prima persona, offrire aiuto e sostegno, tanto più se hanno a che fare con mamme la cui famiglia di origine è lontana. Se impiegate le vostre giornate in qualcosa di utile, se quei bambini li sentite parte della vostra comunità, li guarderete con occhi diversi.

La santità della porta accanto, di cui parlava Papa Francesco, è anche per voi. Invece di “cacciare” il vostro prossimo con un comportamento ostile, tendetegli una mano. Fate uno sforzo, impegnatevi, donate tempo. Avrete più pace nel cuore e le nostre comunità non moriranno.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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