Dalla Spagna arriva una storia straziante. Ho il cuore colmo di dolore e tenerezza. Da madre non posso restare indifferente. Come si fa a non capire che qui l’autodeterminazione non c’entra nulla? Noelia ha 25 anni ed è morta ieri, 26 marzo, alle 18, dopo aver ottenuto l’eutanasia, legalizzata nel Paese iberico dal 2021. Una sconfitta. Un epilogo che apre tante domande che spero qualcuno prima o poi si ponga. Fermarsi all’ultimo atto, cioè la liberazione di questa giovane donna dalla sua sofferenza, rischia di essere molto fuorviante. Questa è, infatti, la storia non di una scelta finale – come erroneamente ci raccontano i media – ma di un percorso segnato da fragilità profonde che affondano le radici molto più indietro nel tempo.
Ignorare la realtà della vicenda impedisce di guardare le cose nella sua complessità. Ed è quello che la mentalità eutanasica genera: l’illusione che si può giudicare un’esistenza a partire dal frammento del dolore, anche se insopportabile. Quando Noelia ha 13 anni, i genitori si separano e lei viene inserita in una struttura sociosanitaria, sotto tutela pubblica. E già qui non sarà difficile immaginare il senso di abbandono e di solitudine. Non basta essere messi “al sicuro” in un sistema: una vita ha bisogno di legami, di presenza, di qualcuno che resti. Gli anni successivi sono segnati da fragilità psicologica, disturbi della personalità, tentativi di autolesionismo.
Nel 2022 arrivano le violenze sessuali: prima da parte dell’ex compagno, conosciuto proprio nella struttura, poi da tre ragazzi in una discoteca. Un trauma dentro il trauma. È a questo punto che Noelia tenta il suicidio, lanciandosi dal quinto piano. Sopravvive, ma con conseguenze devastanti: una lesione al midollo spinale che la rende paraplegica. Da quel momento al dolore interiore si aggiunge il dolore fisico costante, comprensibile e che merita tutto il nostro appoggio. Ma anche qui, fermarsi all’incidente sarebbe un errore. Quel gesto non è un punto di partenza: è l’ultimo anello di una catena di sofferenze mai davvero risolte. Negli ultimi venti mesi Noelia avvia il percorso per ottenere l’eutanasia. I medici e gli organi competenti stabiliscono che è capace di intendere e di volere. La procedura segue il suo iter. Il padre si oppone ma i suoi ricorsi vengono respinti, fino all’ultimo tentativo, rigettato pochi giorni prima dell’esecuzione.
Nel frattempo, Noelia racconta il suo dolore in televisione: il senso di incomprensione, il rifiuto del mondo, la stanchezza di vivere. Parole che colpiscono ma che portano con sé una domanda inevitabile: quando una persona così giovane, con una storia così segnata, chiede di morire, siamo davvero davanti a una scelta libera? Perché io mi chiedo: se tutta quella sofferenza prima della richiesta di porre fine alla sua vita sia stata davvero accompagnata, se qualcuno sia rimasto, se qualcuno abbia saputo dire – con i fatti, non con le parole – che quella vita valeva ancora. È un orrore avvalorare il dolore ingiusto con la morte.
Non si può giustificare l’eutanasia partendo dal finale, isolando l’ultimo atto dal resto della storia. Perché, guardata per intero, questa vicenda è un grande fallimento altro che conquista: il fallimento di relazioni spezzate, di una presa in carico incompleta, di una società che arriva a regolamentare la morte senza essere riuscita a custodire abbastanza la vita.
Noelia è morta senza i suoi genitori accanto. È una scelta, certo. Ma è anche l’ultimo segno di una distanza che viene da lontano, che attraversa tutta la sua storia. In mezzo a tutto questo dolore, mentre confermo la fede in un Dio che ci dona la prospettiva di una vita senza fine, non posso che pormi un’ultima scomoda domanda: basta generare alla vita biologica, o abbiamo anche la responsabilità di generare a una vita che sia percepita, davvero, come degna di essere vissuta? E quando i genitori non sono in grado, chi si fa carico del cuore di questi figli?
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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