CORRISPONDENZA FAMILIARE
Come un Padre, il buon Dio si preoccupava per me
30 Marzo 2026
Foto di Stephen Andrews
La Passione di Gesù, che in questi giorni risplende in tutta la sua drammatica intensità, è l’icona della sofferenza che attraversa la vita di ogni uomo. Tra le molteplici esperienze che generano sofferenza, la malattia è quella più comune. Oggi voglio dare la parola ad una donna, sposa e madre, che racconta come ha affrontato e vissuto quella che David Maria Turoldo, monaco e poeta, chiamava la lotta contro il drago.
Parlare di malattia non è semplice, devi metterti a nudo e svelare a tutti le tue debolezze e le tue paure.
Ho scoperto di avere un problema al seno il 14 febbraio dell’anno scorso. Utilizzo sempre il termine “problema” perché la parola cancro non riesco ancora a pronunciarla. Avevo portato le mie figlie per un controllo e trovandomi lì mi sono fatta fare un’eco anche io. Il medico subito mi disse che vedeva qualcosa di sospetto.
Mi mandò a fare una mammografia urgente e poi una risonanza magnetica che confermarono i suoi sospetti. Mi prese in carico l’ospedale Monaldi dove feci altre indagini, ricordo che quando la dottoressa mi disse che avevo un carcinoma bilaterale, pensai: “Bene! Ho preso due piccioni con una fava”. La cosa positiva era che il male era stato diagnosticato tempestivamente ed era ancora circoscritto. Non è certo un dettaglio marginale… fin dall’inizio ho visto la Provvidenza di Dio.
Avevo scoperto questo problema a meno di un anno dalla morte di papà. Avevo vissuto la sua malattia con grande sofferenza, tra visite, controlli, speranze… e ora dovevo affrontare un percorso simile che mi riguardava da vicino (qualcuno dice che il corpo si può ammalare anche dopo un grande dolore, chissà se è vero). Da figlia avevo sofferto molto, impossibile non pensare al mio sposo e alle nostre figlie.
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Sono stata operata durante i giorni della settimana Santa, il giorno del compleanno di mia mamma, morta a 53 anni a causa della stessa malattia. Al Monaldi c’è la cappella del Sacro Cuore affidata ai Padri Camilliani, grazie a loro ho avuto la possibilità di partecipare alle celebrazioni di quella Settimana così importante per la nostra fede. Ho vissuto quegli attimi come una carezza di Dio, sentivo che mi era accanto, era in corsia con me e mi diceva: “sono nelle tue sofferenze, sono nelle sofferenze di chi è nel lettino accanto a te, nella premura degli infermieri e dei medici”.
Tornai a casa il Venerdì Santo, dopo due giorni sarebbe stata Pasqua. Questo mi riportò alla memoria la testimonianza di una donna che aveva avuto il mio stesso problema e che a Pasqua era andata a Messa con tutti i drenaggi. E pensai: “Se lo ha fatto lei lo posso fare anche io”. Questo fa capire quanto può essere importante una testimonianza nella vita di una persona che ascolta, può cambiare la prospettiva. E così con i drenaggi nascosti in una borsa, la domenica di Pasqua andammo a Messa. Non potevo mancare alla festa del Risorto.
Scoprire di avere una malattia non ha fatto vacillare la mia fede. Mai! Pensavo ai bambini ricoverati negli ospedali che lottano per malattie e sofferenze assai più gravi e devastanti. Al contrario, ho vissuto la sofferenza come un’esperienza che mi ha avvicinato a Lui, sentivo che il Signore mi custodiva come una figlia prediletta, ricordando la tenerezza con la quale avevo accompagnato il mio papà quand’era malato, pensavo che il Signore, che è AMORE IMMENSO, mi ricolmava con lo stesso amore, moltiplicato all’infinito.
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Due mesi dopo l’intervento ho iniziato i cicli di radioterapia che mi hanno procurato ustioni pesanti alla pelle. Facevo le medicazioni due volte al giorno e ogni volta era una tortura. Non piangevo per vergogna. Allora decisi che quel dolore atroce doveva avere un senso: offrire quella sofferenza per tutti i giovani e per la loro fede.
Che ruolo ha avuto Dio in questa storia? È Lui il protagonista non solo perché accompagna con amore ma anche perché dà un senso a quegli eventi che, altrimenti, sarebbero solo spazzatura.
Quando la malattia entra con prepotenza nella vita, ci sentiamo vulnerabili, cadono tutte le certezze, perdiamo l’armatura e siamo più esposti ai colpi della vita. Tutto si ingigantisce. A volte, tante volte, capita di provare un forte senso di solitudine e il bisogno di un amico vero. In momenti come questi ho compreso che nessuno può veramente capire quello che prova il malato, solo il Signore, Lui, che si è fatto uguale a noi in tutto, ha sperimentato la solitudine, la sofferenza, l’abbandono. In quei momenti, ho chiesto a Lui la grazia di non indurire il cuore e di non diventare giudice di nessuno. Pregavo e prego di capire le ragioni piuttosto che condannare gli atteggiamenti dietro di esse.
Sentivo il bisogno di una voce amica e così ho cercato persone che non vedevo da tempo e che avevo trascurato. Il buon Dio mi aveva mostrato come anche io non ero stata un’amica presente. È stato bello ritrovarsi e raccontarsi con amiche di vecchia data.
Sono un’insegnante e quando a scuola emergono difficoltà i miei alunni mi ripetono una frase che io dico sempre loro: C’È SEMPRE UNA SOLUZIONE. Oggi dico, tutto è opportunità!
Alessandra
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).


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Grazie per l'articolo. La donna che va ad abortire non è convinta di fare la scelta giusta..... ma vuole "solo…
«Il mio messaggio, piuttosto, è sempre lo stesso: promuovere la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo,…
Sarebbe cosa buona, giusta e utile che i cristiani anche se peccatori, tornassero a essere testimoni credibili, di speranza e…