“Il corpo è mio”… ma per farne cosa?

Foto di Lerone Pieters su Pexels

“My body, my choice”, ci viene ripetuto. Ma io, come scelgo di vivere la mia corporeità? Domani inizierà il Triduo Pasquale: nel giorno del Giovedì Santo ricorderemo l’ultima cena di Gesù, in cui fa dono del suo corpo. Il corpo, in Cristo, non è più qualcosa da trattenere o da possedere, ma da vivere come dono. Non un diritto da rivendicare soltanto, ma una possibilità da compiere: quella di amare, concretamente.

“Il corpo è mio, scelgo io”. Quante volte incontriamo questa espressione?
“Finché queste cellule sono dentro di me, decido io cosa farne”: è una frase spesso utilizzata da chi promuove l’aborto. “Il corpo è mio, decido io” è uno slogan ricorrente anche nel dibattito sull’eutanasia. In fondo, l’idea è questa: sono io il padrone dei miei gesti, finché ne ho la possibilità.

Da cristiani prendiamo le distanze da queste affermazioni assolute. Il corpo è nostro, sì, ma non in modo definitivo. Non è una proprietà da rivendicare, bensì un dono da custodire. Ci è stato affidato, così come un giorno ci sarà richiesto. È lo spazio concreto della nostra esistenza nel mondo: ciò che ci rende visibili, incontrabili, capaci di relazione. E tuttavia non ci appartiene fino in fondo, perché non possiamo trattenerlo per sempre.

Per questo, la tradizione cristiana ha sempre guardato al corpo anzitutto come a un dono del Dio Creatore: qualcosa di buono, voluto, significativo. Non un limite da disprezzare, ma una realtà da abitare con responsabilità e gratitudine.

Eppure, uno spiraglio di verità in quello slogan rimane. “Il corpo è mio” può esprimere qualcosa di autentico: abbiamo una reale libertà nel modo in cui lo viviamo. Con il nostro corpo possiamo scegliere se costruire o ferire, accogliere o respingere, amare o dominare. Il corpo diventa così il luogo concreto in cui si manifesta la qualità delle nostre scelte interiori.

Allora la vera domanda non è tanto: “Di chi è il corpo?”, ma piuttosto: “Come decido di viverlo?”. È qui che si gioca la responsabilità personale. Il corpo non è un oggetto neutro, ma un linguaggio: parla attraverso i gesti, le relazioni, le scelte quotidiane.

In questa prospettiva, il gesto di Gesù Cristo nell’Ultima Cena illumina tutto. Non trattiene il proprio corpo, non lo difende come un possesso da conservare: lo offre. Lo fa liberamente, consapevolmente, attraverso segni semplici e solenni – il pane spezzato, il vino condiviso. Non è una svendita, non è una resa subita: è un dono.

Ed è proprio qui che si rivela la sua libertà più profonda. Nessuno gli strappa il corpo: è lui che lo consegna. Il suo corpo diventa luogo di amore totale, di comunione, di salvezza. E nell’Eucaristia questo gesto non resta confinato nel passato, ma continua a rinnovarsi: un dono che si fa presenza, un’offerta che attraversa il tempo.

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Alla luce di questo, anche per il cristiano il corpo diventa una vocazione: non qualcosa da possedere, ma da donare. Non da usare, ma da offrire. Non da esibire, ma da mettere in relazione.

Dire “il corpo è mio”, allora, può diventare vero solo in un senso più profondo: è mio nella misura in cui scelgo liberamente di farne un dono.

Quando ho scoperto di essere in attesa per la prima volta, ho percepito con forza il peso – e insieme la grandezza – di questa responsabilità. Sapevo che, se mi fosse successo qualcosa, mio figlio ne avrebbe portato le conseguenze con me. E sapevo anche che una mia scelta avrebbe inciso totalmente sulla sua vita, proprio perché da me – e solo da me – in quel momento dipendeva.

E Dio ci lascia liberi di scegliere i nostri passi (cfr. Deuteronomio 30). Attende un nostro “sì” chiaro alla vita, forte, coerente: attende anche il “sì” a donare il nostro corpo. Siamo liberi, ma la libertà, da sola, non basta: diventa piena solo quando si orienta verso ciò che ci rende davvero felici.

Un giorno, mentre andavo a ricevere la Comunione – il corpo stesso di Gesù – mi sono tornate in mente le parole: “My body, my choice”. E ho pensato che, in un certo senso, il primo a dire qualcosa di simile è stato proprio Gesù. Non perché si considerasse padrone del suo corpo: sapeva di appartenere al Padre. Come ricordava spesso Chiara Corbella, nulla ci appartiene: tutto è dono.

Eppure, proprio mentre mi mettevo in fila, hanno risuonato dentro di me le sue parole nel Vangelo di Giovanni: «Nessuno mi toglie la vita: io la do da me stesso».

Proprio perché è libero, Gesù sceglie. Poteva trattenere il suo corpo, oppure donarlo. E ha scelto di donarlo.

“My body, my choice” riguarda allora anche me, riguarda anche te. Che valore do al mio corpo? Che cosa raccontano di me le mie scelte? Al di là di ogni dibattito, ciascuno è chiamato a interrogarsi: come voglio che il mio corpo sia guardato? Come voglio che sia trattato? Come voglio vivere le relazioni attraverso la mia corporeità? Voglio donarmi, oppure chiudermi, difendermi, alzare barriere?

Per me, oggi, “my body, my choice” significa questo: essere libera di scegliere l’Amore.
Proprio perché so che potrei scegliere anche il contrario.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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