Quando inizia la vita? Dialogando con una ragazza pro-choice

Una ragazza mi scrive che difendere la vita dal concepimento è una forma di violenza verso le donne che hanno diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo. La conversazione con Sara è rispettosa. Ha i toni di un dialogo, non di una guerra. Questo ci permette di confrontarci, seppur attraverso uno schermo e di condividere punti di vista differenti. Ad un certo punto le chiedo: “Quando inizia la vita, secondo te?”. Lei mi risponde, onestamente: “Non lo so”. 

È una conversazione privata, quella tra me e Sara, una ragazza sensibile e intelligente. In lei percepisco un reale senso di giustizia, la voglia di ascoltare per capire, prima che per ribattere. Vedo anche l’interesse sincero di cercare la verità oltre le apparenze. 

Sui temi che riguardano l’inizio della vita abbiamo posizioni diverse. Entriamo in una certa confidenza. Lei mi chiede se avrei il coraggio di far partorire una bambina di dieci anni violentata dal padre. La mia risposta è che, qualora si opti per l’aborto, le vittime di quell’orco sono due: la bambina violentata (che aveva tutto il diritto di non pensare alla maternità a dieci anni, e ancor di meno a causa di una violenza così inconcepibile) e il bambino abortito, che non ha chiesto di essere concepito, eppure paga lui, con la vita, la colpa di un altro (lo stupratore, suo padre, suo nonno!). 

Le dico, inoltre, che conosco il dramma di trovarsi incinte senza averlo desiderato (ho anche scritto un romanzo su questo: “Tutto procede come imprevisto. Il tunnel diventato ponte grazie a Gianna Beretta Molla”, Mimep Docete, 2020), ma non posso ignorare che il concepito è già uno di noi, né più né meno che un essere umano. 

Lei ribatte che no, il concepito non è uno di noi. È un grumo di cellule informe. Il cuore batte? Sì, ma non è questo che fa di un organismo vivo una persona. D’altronde, per lei, quella vita non ha ancora una coscienza. È un errore – mi dice – definire “bambino” il prodotto del concepimento.

È in quel momento che mi permetto di raccontarle il mio parto di un figlio morto. Ero alla quattordicesima settimana, o almeno così credevo, perché la gravidanza, in realtà, si era fermata, a mia insaputa, intorno alle dodici settimane, esattamente il termine previsto dalla legge in Italia per un aborto volontario. 

“Tu affermi che a due o tre settimane non c’è ancora un bambino, – le faccio notare – ma la legge permette di abortire ben oltre le due o tre settimane, giusto?”. 

Lei risponde di sì: sa che si può fare entro il terzo mese. 

“Ecco, io ho partorito un figlio morto, a seguito di aborto spontaneo, in quella fase della gestazione. Le ostetriche non volevano farmelo vedere, per sensibilità, ma io ho voluto vederlo…”.

Mi dice che non è madre, non è mai stata incinta e non può capire cosa io abbia vissuto.

“Sentivo il bisogno di vederlo almeno una volta. – le confido – L’ho visto con i miei occhi: e no; non era qualcosa di indistinto, difficile da riconoscere. Era un bambino. Piccolissimo, certo, ma un bambino. Lo hai mai visto un feto di dodici settimane?”.

“Sì, studiando medicina so come è fatto un feto di dodici settimane”. Poi mi spiega che il periodo entro il quale è permesso di abortire è convenzionale, se ne rende conto, ma una legge che tuteli le donne è necessaria per evitare aborti clandestini e che tre mesi sono un tempo “ragionevole”: “Tanto, le donne hanno sempre abortito e sempre lo faranno, meglio tutelarle!”.

“Lasciando un attimo da parte la legge, visto che studi medicina, quand’è che inizia la vita? Se la vita è un processo, qualcosa che inizia e si sviluppa nel tempo, allora: quando comincia questo processo?”.

E lei, con una semplicità che ho apprezzato tantissimo, ha ammesso: “Non lo so”.

Le ho detto che può pensarci e darmi una risposta quando vuole. 

Mentre aspetto la sua risposta, la domanda la faccio anche a voi. Non vi chiedo se siete favorevoli all’aborto o meno, perché, per poter prendere una posizione libera e onesta, dovete prima aver risposto a questo: quand’è che inizia la vita?

Leggi anche: “Il corpo è mio”, ma per farne cosa?




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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  1. Gentile Dottoressa, lei ha scritto una bellissima frase "Le famiglie non sono perfette. Non lo sono mai state e non…

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