Una donna confessa: “Ho vissuto male la castità prematrimoniale”
Una donna racconta di aver vissuto male la castità prematrimoniale, percependola come una rinuncia lunga e frustrante, senza benefici evidenti. Provava anche invidia verso chi viveva relazioni più libere e notava incoerenza tra amici credenti. Il problema non era la castità in sé, ma il fatto di averla subita come imposizione, senza comprenderne il senso. Quando una scelta non è interiorizzata, diventa peso e genera risentimento. Ecco cosa ha raccontato…
Qualche giorno fa, una signora mi ha scritto in privato per commentare uno dei miei articoli sulla castità. Mi raccontava di aver vissuto la castità prematrimoniale con il suo fidanzato, poi diventato suo marito, ma di averla vissuta molto male.
Le ragioni che mi esponeva erano sostanzialmente tre.
Anzitutto il fidanzamento molto lungo: si erano messi insieme a diciannove anni e, per potersi sposare, avevano dovuto attendere sette anni, il tempo necessario per terminare gli studi e trovare una stabilità lavorativa.
In secondo luogo, diceva di aver ricevuto questo insegnamento, ma provava spesso una certa invidia verso chi viveva rapporti sessuali senza i loro scrupoli di coscienza. Guardando i coetanei, aveva l’impressione che gli altri vivessero con maggiore leggerezza e felicità.
Infine, mi diceva con una certa amarezza che non aveva visto particolari benefici da quella rinuncia.
La conclusione a cui era arrivata era questa: “La Chiesa non può continuare a proporre la castità prematrimoniale senza interrogarsi sul fatto che oggi i fidanzamenti sono spesso molto lunghi e che questa rinuncia può essere vissuta come una frustrazione”.
Nel suo racconto emergeva anche un’altra ferita. Mi spiegava che molti suoi amici cristiani, a parole, difendevano la castità, ma poi nella pratica “facevano tutto senza problemi”. In altre parole, sostenevano pubblicamente l’insegnamento della Chiesa, ma lo aggiravano nella vita privata.
Il tono era quello di chi si sente penalizzato da una norma che altri, con più disinvoltura, riescono a eludere. In lei nasceva questo pensiero, anche se inespresso: forse loro sono più furbi e anche più felici.
Questo atteggiamento, però, è esattamente l’opposto di quello che permette di cogliere i frutti della castità.
Per questo le ho fatto una domanda molto semplice: “Avete scelto la castità prematrimoniale o l’avete subita? Eravate liberi di viverla oppure vi sentivate costretti dall’esterno?”
Quella domanda, improvvisamente, ha fatto emergere una verità a cui lei stessa non aveva mai pensato davvero. Si era resa conto di aver vissuto la castità prematrimoniale senza conoscerne le ragioni profonde e senza averle interiormente condivise. In pratica, l’aveva accettata come una regola esterna, più che come una scelta consapevole.
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Ma una norma vissuta solo come imposizione difficilmente diventa feconda. Quando qualcosa viene percepito come un divieto imposto dall’esterno, il cuore non lo abbraccia: lo sopporta, lo subisce, talvolta lo sopporta con fatica e con risentimento.
E in questo modo ogni rinuncia rischia di apparire soltanto come una privazione.“Con queste premesse – le ho detto – non so nemmeno come avete fatto a resistere sette anni!”
Perché la castità prematrimoniale non è semplicemente un insieme di limiti. È prima di tutto una visione dell’amore. Se questa visione non viene compresa e interiorizzata, la castità appare inevitabilmente come un peso. Ma quando invece viene scelta liberamente, quando si comprende il significato del gesto che si decide di rimandare al matrimonio, allora cambia completamente prospettiva.
Non è più soltanto una rinuncia: diventa un modo di custodire l’amore, di farlo maturare, di non consumarlo prima del tempo.
Ed è proprio questa libertà interiore che permette di scoprirne anche i frutti.
Dopo alcuni giorni dal nostro confronto, questa donna mi ha scritto di nuovo, dicendomi di voler leggere e approfondire su questo tema: ha una figlia e ora è per lei che vuole capire.
Su Punto Famiglia stiamo cercando, da anni, di liberare le persone da una visione legalista della castità. Lo scopo, infatti, non è rispettare una regola per avere “il timbro di bravi cristiani” , ma arrivare a dirsi, l’un l’altra: “Ora posso donarmi completamente a te, perché abbiamo fatto un cammino”.
O così, o per nulla: la castità ha senso solo se scelta per un fine alto. Non vale proprio la pena viverla come cani legati ad una catena, che vorrebbero arrivare all’osso ma ne sono impediti. Nessuna catena. Nessuna imposizione esterna. Solo la coppia, davanti a Dio, che dice il suo “sì”, libero e consapevole.
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Grazie del bell'articolo, puntuale e preciso. Siamo giunti a questo punto perché le premesse c'erano già tutte a partire dalle…
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