CORRISPONDENZA FAMILIARE

La ragione pone domande. L’umile fede di Vittorio Messori

13 Aprile 2026

“Ho cercato di mostrare che il cristiano non è necessariamente un cretino”, ha detto Vittorio Messori in un’intervista degli ultimi anni. Un’espressione analoga a quella che diceva Jean Guitton, filosofo e teologo del Novecento, riportando le parole della madre: “Se vuoi essere cristiano, hai il dovere di essere intelligente”. Entrambi, Messori e Guitton, hanno preso sul serio l’idea che il cristianesimo unisce in un armonico abbraccio fede e ragione. In piena e convinta sintonia con Giovanni Paolo II che, all’inizio dell’enciclica Fides et ratio (1998), scrive che fede e ragione sono “due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”.

L’inestricabile intreccio tra fede e ragione nasce da un presupposto indiscutibile che lo stesso Messori ha espresso in uno dei suoi primi libri (Inchiesta sul cristianesimo, 1986): 

Sono tra coloro che non sanno abituarsi al cristianesimo. Mai mi riuscì di dare per scontato che la verità sull’uomo e sul mondo, sulla storia e sull’eternità, sia celata nella persona e nelle parole di quel piccolo ebreo, come Friederich Nietzsche chiamava Gesù di Nazareth; stia nelle parole di quel predicatore, vagante lungo le strade della più oscura tra le provincie del Grande Impero…Rispetto, certo, ma stento a comprendere chi, senza ogni giorno interrogarsi, accetta con naturalezza quell’incredibile scandalo e follia che è il riconoscere la maestà di Dio dietro le apparenze di un carpentiere fallito”. 

In quelle pagine ricorda che la fede cattolica non faceva parte del suo bagaglio formativo, non l’aveva ricevuta assieme al latte né tanto meno grazie a maestri particolarmente autorevoli ma in forza di un’esperienza alla quale accenna con pudore: “Tutto questo (cioè che Gesù fosse il Cristo annunziato dai profeti) mi apparve ad un tratto, in un’ormai lontana estate solitaria e torrida, come un’abbacinante evidenza per il cuore, ma come una sfida drammatica per la ragione…Così, da quel luglio, il mio cuore crede; ma la ragione pone domande, cerca, dubita, conferma, insinua; talvolta grida, unendosi all’invocazione che echeggia nei Vangeli: Noi crediamo, Signore! Ma tu, aiutaci nella nostra incredulità!” (p. 10).  

La ragione pone domande, scrive Messori, ma non deve pretendere di avere l’ultima parola o di misurare ogni aspetto della realtà. Fedele discepolo di Blaise Pascal (1623-1662), anche lui è convinto che “il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”. Per questo mette in guardia dalla presunzione di capire tutto. Quando gli viene chiesto perché Gesù doveva patire? Lui che ha studiato con scrupolosa attenzione i vangeli e, in modo particolare, i racconti della passione – al punto di pubblicare un’indagine rigorosa: Patì sotto Ponzio Pilato (1992) – risponde che resta un grande mistero che potrà essere svelato solo quando varcheremo la soglia della vita. Aggiunge però che la sofferenza di Cristo ci fa accettare il male che c’è nel mondo. Una riflessione così semplice da apparire quasi semplicistica ai dotti teologi, quelli che l’apostolo Paolo chiama i sapienti di questo mondo (1Cor 1,20-21). 

Messori voleva difendere la fede degli umili dagli attacchi di un laicismo troppo e sempre più spesso arrogante che considera la religione come un residuo del passato, un ostacolo allo sviluppo della civiltà. Desiderava mostrare che il cristianesimo ha tutte le carte in regola per confrontarsi con tutti gli altri attori della vita sociale e culturale senza complessi e senza alcuna subalternità. Non si è fatto araldo di un cristianesimo che, in nome della ragione, rinuncia o minimizza il soprannaturale. Al contrario, ha dedicato molti anni per studiare le Apparizioni di Lourdes e contrastare quella “cultura” che non degna di uno sguardo un evento che ha trasformato un piccolo paese dei Pirenei nel “maggior centro alberghiero d’Europa” e considera Bernadette una povera ragazza isterica (Bernadette non ci ha ingannati, Mondadori 2012). 

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Messori è nato come giornalista ed ha lavorato alcuni anni alle pagine culturali del quotidiano torinese La Stampa. Il clamoroso successo editoriale del suo primo libro (Ipotesi su Gesù, 1976) lo convinse ad abbandonare quel lavoro, che lo costringeva ad occuparsi di questioni effimere e sostanzialmente irrilevanti, per dedicare tutte le sue energie per approfondire quello che lui considera il “Problema vero, quello la cui luce illumina tutti gli altri” (Ipotesi su Maria, Milano 2015, 10). Uno studioso, dunque, che ha scritto moltissimo e ha pubblicato libri che hanno ricevuto un’accoglienza straordinaria. Avrebbe potuto calcare la scena ma ha scelto di vivere nel nascondimento. Amava la semplicità e considerava i piccoli del Vangelo come i veri protagonisti della storia:

“Siamo tra coloro che si ostinano a sospettare che le sorti del mondo si decidano misteriosamente, ben più dove si prega che dove si governa”. A suo parere la storia è fatta dalle “proverbiali vecchiette anonime che sgranano il rosario, ben più che i grandi della politica, dell’economia, della cultura” (Ipotesi su Maria, Milano 2015, 20). 

Messori ha avuto il coraggio di andare controcorrente rispetto ad una certa teologia più incline ad accogliere le ragioni del mondo che a custodire la verità della fede. Ripeteva con saggia ironia che una Chiesa che sposa il mondo diventa presto vedova. La fedeltà ai vangeli viene interpretata e presentata come integralismo e idealmente associata al fondamentalismo religioso di marca islamica, quello che genera morte e distruzione. Lui invece sapeva intrecciare l’acribìa dello studioso, che studia le fonti e indaga ogni dettaglio, e la semplicità del fedele che accoglie con fiducia i precetti della Chiesa. 

A proposito della morte, ad esempio, in un’intervista degli ultimi anni, quando il tempo e la malattia avevano già intaccato il suo corpo, ricordava a quanti gli assicuravano preghiere che non dovevano chiedere la guarigione ma una buona morte. Ciò che conta per un credente è prepararsi a vivere l’incontro definitivo e decisivo con Dio. E contro una vulgata piuttosto diffusa nella predicazione ecclesiale, aggiungeva di non temere la morte ma il giudizio di Dio. A suo parere l’immagine buonista di Gesù finisce per tradire il cristianesimo. 

È stato un cristiano semplice che, in un tempo di crisi, ha cercato di custodire le verità essenziali della fede, quelle che da duemila anni hanno permesso alla Chiesa di essere un faro di umanità in mezzo alle tempeste della storia. La Chiesa è impegnata a costruire un mondo più umano ma senza mai dimenticare che la storia, personale e collettiva, trova il suo sigillo nella beata eternità. È questa la buona notizia. “Io non vi prometto la felicità in questo mondo, ma nell’altro”, ha detto la Santa Vergine a Bernadette. La coscienza di vivere in compagnia di Dio lungo gli anni della vita dona un particolare valore ad ogni cosa, anche quelle meno desiderabili. Ma non basta. Solo la coscienza dell’eternità permette di passare attraverso i deficit, che accompagnano e appesantiscono i giorni della vita, senza rassegnarsi e senza smarrire la speranza.

Non pochi laicisti del nostro tempo fanno riferimento a Voltaire (1694-1778), un esponente di quell’illuminismo che nel ‘700 ha saputo anticipare i tempi nuovi, e citano l’una o l’altra espressione. Ma nessuno ricorda questa profezia del filosofo francese: “Nella cultura nuova, non ci sarà futuro per la superstizione cristiana. Io vi dico che, tra vent’anni, il Galileo sarà spacciato”. Sono parole riferite da Messori (Pensare la storia, Cinisello Balsamo 1992, 51), senza enfasi, com’era nel suo stile ma con l’umile certezza di un credente che invece sa di aver fatto la scommessa giusta perché sa di potersi fidare di quel Galileo che duemila anni fa aveva detto a Pietro di non preoccuparsi eccessivamente: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Promessa mantenuta. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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  1. Gentile Dottoressa, lei ha scritto una bellissima frase "Le famiglie non sono perfette. Non lo sono mai state e non…

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