Madre e figlia in adorazione eucaristica. Le carezze di Dio
Condividiamo l’esperienza vissuta da una mamma nell’ultima adorazione eucaristica a cui ha partecipato assieme alla figlia di sette anni. La preghiera era ispirata al Vangelo di Emmaus. La testimonianza che segue ci ricorda che, anche quando siamo stanchi e fatichiamo a connetterci con Lui, il Signore ci guarda, ci chiama per nome e ci dona la sua tenerezza. Anche quando ci sentiamo spiritualmente scarichi, Gesù ci regala la sua presenza.
“Veniamo da te, chiamati per nome; che gioia, Signore, tu cammini con noi. Ci parli di te, per noi spezzi il pane, ti riconosciamo: il cuore arde, sei tu e noi, tuo popolo, siamo qui…”.
È sulle note di questo canto che ha avuto inizio l’ultima adorazione eucaristica a cui ho partecipato.
Era il 9 aprile, nel pieno del tempo pasquale. Il Vangelo proclamato era quello dei discepoli di Emmaus: uomini delusi, smarriti, che camminano senza comprendere, e che, proprio lungo la via, fanno l’esperienza più inattesa – quella di essere affiancati da Gesù stesso. Un Gesù discreto, paziente, che ascolta, interpreta, e infine si lascia riconoscere nello spezzare del pane.
Sono una madre di famiglia che lavora a tempo pieno e, lo ammetto, arrivavo a quel momento di preghiera stanca. Stanca per le preoccupazioni quotidiane, per alcune amarezze rimaste appese nel cuore.
Avevo ancora mille cose da fare: la casa da rimettere in ordine, le merende da preparare per la scuola, i piccoli doveri di una giornata in cui ero riuscita a passare a casa solo per un’ora. Ogni madre conosce bene quel tipo di ritorno: non è mai davvero un rientro, è solo una breve sosta tra un’urgenza e l’altra.
Eppure, da quando mia figlia ha scelto di entrare nel coro parrocchiale – trascinando anche me (“Dai mamma, entra nel coro anche tu, facciamolo insieme!”) – mi dispiace mancare quando ci viene chiesto di animare l’adorazione eucaristica, una sera al mese.
L’orario dell’adorazione era dopo cena, un momento già di per sé impegnativo. Anche per mia figlia, rientrata tardi dallo sport e che il giorno dopo avrebbe avuto scuola. Però, con un piccolo atto di coraggio, decidiamo di andare.
Quasi subito mi pento di averla portata: è stanca, e io stessa faccio fatica a entrare in un raccoglimento vero. Le parole scorrono, i canti si susseguono, ma dentro di me tutto è un po’ disperso, come se non riuscissi a raggiungere la profondità della preghiera.
A un certo punto, tra un canto e l’altro, mia figlia si addormenta tra le mie braccia. E così trascorriamo un’ora intera: lei dorme, fidandosi completamente del mio abbraccio, e ogni tanto si risveglia solo per cantare, con una dolcezza e una determinazione che mi commuove. Le chiedo se preferisce andare via prima. Mi risponde di no: “Voglio fare tutti i canti, fino all’ultimo.”
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Alle 22 l’adorazione termina. Senza troppi saluti, quasi in silenzio, corro a casa per metterla a letto.
Solo più tardi, sul cellulare, trovo un messaggio della ragazza che suonava la chitarra, una catechista della nostra parrocchia. Scriveva: “L’abbraccio tra te e la tua bimba è un riflesso dell’abbandono di Gesù nelle braccia del Padre… la fede come affidamento. Grazie, avete reso l’adorazione ancora più viva.”
Rimango in silenzio.
In quel momento comprendo qualcosa che durante la preghiera mi era sfuggito: ero arrivata davanti a Gesù scarica, distratta, poco capace di pregare come avrei voluto. Il mio cuore non era acceso, non era “all’altezza”. Eppure ero lì. Presente. Offerta, anche nella mia povertà.
E mia figlia era lì con me: piccola, fragile, stanca, eppure capace di restare. Di addormentarsi tra le braccia della madre proprio davanti al Santissimo. E mi dico che addormentarsi davanti a Cristo vivo non è come addormentarsi altrove.
Mi tornano alla mente le parole di Papa Francesco, quando invitava a restare davanti al tabernacolo anche quando non si “sente” nulla, anche quando si è stanchi o distratti, persino se ci si addormenta. Perché la grazia non passa attraverso le nostre prestazioni spirituali, ma attraverso la nostra semplice esposizione a Dio. San Carlo Acutis diceva: “Sotto il sole ci si abbronza. Davanti all’Eucaristia si diventa santi.”
Ma in fondo, è forse merito nostro se il sole ci abbronza? No. È sufficiente esporsi alla sua luce.
Così è anche la nostra vita spirituale, fatta spesso di stanchezze, distrazioni, fragilità. Non sempre sappiamo pregare. Non sempre sappiamo restare vigili. Ma possiamo esserci. Possiamo metterci davanti a Dio così come siamo, senza maschere e senza pretese. Possiamo andare da Lui quando tutto porterebbe più “logicamente” a restare a casa.
Forse ci addormenteremo, forse ci sembrerà di “non fare niente”. Eppure Dio passa. La sua presenza agisce anche nel nostro apparente nulla.
E, misteriosamente, proprio quel semplice “stare” può diventare fecondo anche per gli altri: come per quella catechista che, in un gesto ordinario, ha riconosciuto un riflesso dell’abbandono dei figli in Dio. Quel messaggio mi ha ricordato che davanti al Signore nulla è davvero sterile. Nemmeno la stanchezza. Nemmeno il sonno. Nemmeno la nostra piccolezza. In Lui, tutto diventa grazia, tutto diventa vita.
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