15 Aprile 2026
Un padre a terra, un figlio che implora: il fallimento dell’educazione
La vicenda di Massa non può essere archiviata come un episodio isolato di violenza. È una storia che, pur nella sua drammaticità, racconta qualcosa di più profondo. Un uomo di 47 anni perde la vita dopo un’aggressione scaturita da un richiamo ad un gruppo di ragazzi, un gesto ordinario di convivenza civile che, in pochi istanti, si trasforma in una spirale di brutalità. Un pugno avrebbe fatto cadere a terra Giacomo Bongiorni, ma l’azione violenta non si sarebbe fermata lì. L’uomo sarebbe stato accerchiato e colpito da cinque giovani: i maggiorenni Alexandru Ionut Miron e Eduardo Alin Caratasu, insieme al 17enne italiano, esperto di boxe — tutti in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato — e altri due sedicenni indagati per rissa aggravata.
In queste ore, le famiglie di alcuni dei ragazzi coinvolti parlano di figli “non violenti”, di giovani che non sarebbero cattivi, che avrebbero reagito per difendersi. È una linea comprensibile, umanamente, quella di un padre che non riconosce nel proprio figlio l’autore di un gesto così estremo. Ma proprio qui si apre un punto decisivo: anche la difesa ha un limite. Quando la reazione diventa sproporzionata, quando si trasforma in un’azione collettiva contro una persona a terra, non è più difesa. È altro. E chiamarlo in modo diverso rischia di essere il primo passo verso una pericolosa autoassoluzione.
Eppure, più delle ricostruzioni e delle responsabilità, resta impressa un’immagine: un bambino di 11 anni accanto al padre ormai a terra, che gli stringe la mano e lo implora di reagire, di tornare. “Papà svegliati”: in queste parole c’è il peso reale delle conseguenze, il volto umano di una violenza che troppo spesso viene raccontata in modo astratto. Si discuterà a lungo delle cause immediate: se ci fossero sostanze, tensioni pregresse, contesti difficili. Ma fermarsi a questo livello rischia di essere una scorciatoia. La domanda più scomoda è un’altra: come si arriva al punto in cui un rimprovero diventa il detonatore di un’aggressione collettiva?
Qui entra in gioco il tema dell’educazione. Non quella intesa come semplice trasmissione di regole formali, ma come formazione della persona. Educare significa insegnare a gestire la rabbia, a tollerare la frustrazione, a riconoscere un limite. Significa costruire la capacità di fermarsi. Una persona realmente formata non reagisce con la violenza a un richiamo. Non interpreta ogni contraddizione come un affronto. Non perde il controllo al punto da colpire chi ha davanti, soprattutto quando non c’è alcun pericolo reale. E, soprattutto, sa distinguere tra difendersi e aggredire. Questo non è solo un fatto individuale: è il risultato di un percorso, o della sua assenza.
Il problema è che da tempo si è diffusa una visione ambigua della libertà. Si evita di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato per timore di imporre, si confonde il rispetto con la rinuncia a educare. Ma senza indicazioni chiare, senza confini, i più giovani restano esposti ai propri impulsi, privi di strumenti per interpretarli e governarli. Educare implica anche il coraggio di dire “no”, di correggere, di assumersi il peso del giudizio. Quando questo viene meno, la regola diventa un ostacolo, l’autorità un nemico, e ogni limite una provocazione. Il risultato è una fragilità che può trasformarsi in violenza. Non perché i giovani siano “peggiori”, ma perché spesso sono meno accompagnati. Crescono in contesti in cui la responsabilità è sfumata, in cui l’errore viene giustificato prima ancora di essere riconosciuto, in cui si fatica a distinguere tra ciò che si può fare e ciò che non si deve fare.
La scena di quel figlio che implora il padre di svegliarsi è il punto più alto di questa tragedia. È il momento in cui tutte le giustificazioni crollano. Non ci sono più versioni, né attenuanti narrative: resta solo la realtà di una vita spezzata e di un’altra segnata per sempre. Se questa immagine non basta a rimettere al centro il tema dell’educazione, allora il rischio è che episodi simili continuino a ripetersi, alimentati da una società che chiede responsabilità ma fatica a insegnarla. La violenza, prima di essere un fatto, è spesso il prodotto di un vuoto. E quel vuoto, quasi sempre, nasce molto prima.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia
Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




ULTIMI COMMENTI
Grazie del bell'articolo, puntuale e preciso. Siamo giunti a questo punto perché le premesse c'erano già tutte a partire dalle…
Purtroppo oggi se non si convive non ci si sposa
Gentile Dottoressa, lei ha scritto una bellissima frase "Le famiglie non sono perfette. Non lo sono mai state e non…