Le coppie del corso prematrimoniale: “Grazie, avete reso più vero il nostro sì”
Si è da poco concluso il primo percorso prematrimoniale che ho vissuto come accompagnatrice, insieme a mio marito, al parroco, a un altro sacerdote e a un’altra coppia di sposi. Al termine del cammino, le coppie ci hanno donato un quadretto con una frase che ci ha profondamente commossi: “Grazie per aver reso più libero e vero il nostro sì”. Eppure, nel profondo di me, so bene che non siamo stati noi: è Cristo che ha toccato e trasformato i loro cuori. Vorrei condividere con voi lettori la gioia dei frutti che abbiamo visto.
Tutte le coppie che hanno partecipato erano conviventi. La sfida, per noi, era mostrare in modo concreto che cosa cambia quando si riceve il sacramento del matrimonio, senza risultare banali o astratti, ma facendo toccare con mano ciò che la presenza di Gesù porta nella vita di una coppia.
Ripercorrendo le tappe vissute, mi domando in che modo Gesù, come con i discepoli di Emmaus, abbia camminato con noi lungo questo tratto di strada.
Il primo incontro è stato puramente conoscitivo: attraverso un gioco di carte, Dixit, ciascuno ha potuto presentarsi e donare un pezzetto della propria storia. Il secondo incontro, invece, abbiamo consegnato alle coppie un puzzle: ogni pezzo rappresentava un tassello della loro vita insieme. Hanno così avuto l’occasione di ripercorrere le tappe e le caratteristiche del loro cammino a due: “Come vi siete conosciuti?”, “Quando e perché avete deciso di sposarvi?”, “Quali valori condividete?”. Tra tutte, la domanda che ha messo in crisi quasi tutti è stata: “Chi è Gesù per voi?”.
Proprio da quella domanda siamo partiti per presentare l’episodio delle Nozze di Cana. Se per molti Gesù era “una presenza silenziosa, spesso ai margini”, volevamo mostrare che poteva diventare il protagonista: colui che dona il vino buono, cioè un amore sempre più libero e maturo.
Abbiamo spesso utilizzato testimonianze capaci di mostrare con forza che Gesù ci accompagna senza condannarci, che risorge nelle nostre macerie e che avere fede non è da sciocchi, ma da sapienti.
Quando li abbiamo messi di fronte alla prospettiva cristiana dell’indissolubilità, due ragazze, in particolare, si sono mostrate prudenti: “Spero che duri il matrimonio, ci metterò tutta me stessa, ma nessuno ha la certezza assoluta che andrà bene”.
Si riferivano al fatto che il “per sempre” è più grande di noi: entrambe avevano visto fallire il matrimonio dei propri genitori. Così, con rispetto per i loro timori, abbiamo cercato di mostrare che il sacramento del matrimonio non è per i forti, ma per i deboli: deboli che scelgono un alleato forte, Cristo.
Abbiamo raccontato di coppie che hanno visto morire il proprio matrimonio, ma nelle quali il Risorto è entrato, risanando e donando il vino migliore, come nel Vangelo. Abbiamo cercato di far comprendere che il “per sempre” non si realizza con le sole forze umane: chi potrebbe davvero promettere, da solo, di amare qualcuno per tutta la vita?
È Gesù che rinnova ogni giorno il nostro sì, soprattutto quando siamo più stanchi e fragili.
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Un momento particolarmente significativo è stato quando, pur sapendoli perlopiù digiuni su temi di fede, abbiamo chiesto loro di leggere il brano delle Nozze di Cana domandandosi che cosa dicesse alla loro coppia. Una vera e propria lectio divina in chiave sponsale. La cosa meravigliosa è stata scoprire come ciascuno abbia condiviso riflessioni profonde e diverse: il Signore parlava a ogni coppia come se fosse l’unica presente, quella sera.
Abbiamo poi approfondito alcune questioni cruciali: la generatività e la dimensione missionaria degli sposi; la centralità della coppia rispetto alle famiglie di origine; il rito del matrimonio e le promesse nuziali, intese come un atto insieme di responsabilità e di fiducia in un Dio che si fa garante.
Forse l’incontro più bello è stato quello sul dono del corpo. Molti vi erano arrivati con diversi pregiudizi: “La Chiesa mette sensi di colpa”, “è contro il sesso prima del matrimonio”, “è rimasta indietro”, “non capisce i bisogni dei giovani di oggi”, “condanna chi convive”. Queste le convinzioni emerse prima di presentare loro la rivoluzione della Teologia del Corpo.
“Fare l’amore è sposarsi nella carne”. Non si tratta semplicemente di “non fare l’amore prima del matrimonio”, ma di comprendere che proprio quel gesto realizza il matrimonio. E così la prospettiva cambia: si intuisce la potenza e la sacralità di quel gesto, che diventa liturgia e linguaggio di comunione profonda.
Al termine del percorso, due coppie, riconoscendo la presenza di Dio che aveva trasformato la loro relazione, ci hanno confidato il desiderio di impegnarsi nella Chiesa e di affiancarci, una volta sposate, nei futuri percorsi prematrimoniali.
In queste coppie “infiammate” rivedo i discepoli di Emmaus che corrono a Gerusalemme, perché hanno un dono da condividere e non possono tenerlo solo per sé stessi.
No. Perché quando Gesù si fa pane e ci nutre, quel cibo non è mai – non può essere mai – solo per noi.
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Grazie del bell'articolo, puntuale e preciso. Siamo giunti a questo punto perché le premesse c'erano già tutte a partire dalle…
Purtroppo oggi se non si convive non ci si sposa
Gentile Dottoressa, lei ha scritto una bellissima frase "Le famiglie non sono perfette. Non lo sono mai state e non…