17 Aprile 2026

Maschi senza parole, il ruolo della famiglia

Da qualche tempo la parola “manosfera” è uscita dai sotterranei del web per affacciarsi, con un certo rumore, nel lessico pubblico. È un termine che suona quasi innocuo, come una bolla tra le tante che abitano la rete, e invece racchiude un universo inquieto: comunità digitali in cui uomini parlano agli uomini, spesso contro qualcuno – le donne, le minoranze, il mondo stesso – partendo dalla convinzione di essere vittime di una società ostile. In queste stanze virtuali si costruiscono identità, si cercano risposte, si trovano colpevoli. Negli ultimi anni questo fenomeno ha trovato nuove vetrine. Serie televisive come Adolescence e documentari hanno raccontato storie di ragazzi smarriti, radicalizzati, incapaci di abitare il proprio desiderio e la propria fragilità. Ma la visibilità non coincide con la comprensione. Anzi, rischia talvolta di ridurre tutto a una narrazione estrema: il caso limite, la tragedia, il gesto violento. Eppure, come sempre, ciò che esplode fuori è solo la punta di ciò che è cresciuto dentro, nel silenzio.

La manosfera nasce nelle pieghe della solitudine. È lì che attecchisce: in giovani uomini che non sanno dare nome al proprio disagio, che vivono il corpo come un nemico o un giudice, che percepiscono il rifiuto di una donna come una condanna definitiva e che spesso arrivano a trent’anni senza aver mai data un bacio ad una ragazza e per questo si sentono frustrati profondamente. Entrano in questi spazi cercando risposte e trovano invece algoritmi che amplificano il rancore, influencer che trasformano la frustrazione in mercato, e una grammatica della virilità fatta di muscoli, denaro e dominio. Una virilità che promette riscatto, ma consegna dipendenza.

Si insegna “come essere uomini” con tutorial che somigliano più a manuali di sopravvivenza che a percorsi di crescita: tecniche di seduzione, strategie di successo, regole per non essere feriti. Ma sotto questa superficie si nasconde un paradosso: si parla continuamente di forza, e intanto si coltiva la paura; si esalta il controllo, e intanto si evita l’incontro vero. Gli incel – i cosiddetti “celibi involontari” – rappresentano una forma estrema di questo smarrimento. Ma fermarsi a loro sarebbe un errore. Perché ogni estremismo è sempre preceduto da una normalità che non ha trovato parole. Prima dell’uomo che accusa il mondo, c’è spesso il ragazzo che non ha imparato a raccontarsi. Prima della rabbia, c’è un’educazione che ha lasciato vuoti. La domanda che mi pongo e che giro anche a tutti, non è solo cosa accade nella manosfera, ma cosa è mancato prima.Per troppo tempo l’educazione al maschile è stata povera di vocabolario emotivo. Ai maschi si è insegnato cosa fare, raramente cosa sentire. Si è chiesto loro di essere forti, non di essere veri. Di vincere, non di comprendere. E così, quando arriva il fallimento – inevitabile nella vita di chiunque – manca la lingua per attraversarlo. E ciò che non si sa dire, si trasforma facilmente in rabbia. Allo stesso modo l’educazione al femminile, spesso, è stata svuotata di contenuto concentrandosi sull’aspetto esteriore. Due solitudini che si cercano senza sapere come incontrarsi davvero.

La famiglia è il primo luogo in cui questo può cambiare. Un padre che sa mostrare la propria fragilità senza vergogna, una madre che non chiede al figlio di essere “forte” a ogni costo, ma lo aiuta a riconoscere ciò che prova. Genitori che non delegano alla rete l’educazione sentimentale dei figli, ma restano presenti anche nelle domande scomode. La manosfera prospera dove manca una comunità educativa capace di ascolto. Non si combatte solo con la denuncia o con le piattaforme di supporto – pur necessarie – ma con una presenza più profonda: adulti che sappiano stare accanto e che siano messi in grado di comprendere anche le sfide culturali che il mondo propina e che certamente non aiutano a sviluppare la grammatica dell’affettività.

Ogni ragazzo che cerca risposte online sta facendo una domanda antica: “Chi sono io, e come posso essere amato?”. Se questa domanda resta senza voce nelle case, troverà eco altrove. E non sempre sarà un’eco che salva.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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  1. Gentile Dottoressa, lei ha scritto una bellissima frase "Le famiglie non sono perfette. Non lo sono mai state e non…

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