18 Aprile 2026
Il Rosario nella notte del dolore: il viaggio del Papa in Camerun e la forza silenziosa della preghiera di due suore
Il 16 aprile, nella cattedrale di San Giuseppe in Camerun, si è svolto un incontro per la pace, alla presenza di Papa Leone e ha raccolto voci diverse — leader tradizionali, rappresentanti cristiani e musulmani, religiose e famiglie di sfollati — tutte unite da un filo comune: il desiderio di pace in una terra segnata dalla violenza. Le testimonianze del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Fru Asaah Angwafor IV, del Moderatore Emerito della Chiesa Presbiteriana, Fonki Samuel Forba, e dell’Imam della Moschea Centrale di Buea, Mohammad Abubakar, hanno mostrato come il dialogo sia possibile anche nelle situazioni più fragili. Ma tra tutte, una voce merita di essere raccontata: quella di suor Carine Tangiri Mangu.
Giovane religiosa delle Suore di Sant’Anna, impegnata tra ospedali, scuole e opere sociali nella provincia ecclesiastica di Bamenda, suor Carine ha raccontato con semplicità una prova che avrebbe potuto spezzare chiunque. Il 14 novembre scorso, insieme a una consorella, è stata rapita e tenuta prigioniera per tre giorni e tre notti nella boscaglia. Senza cibo, senza riposo, nella paura costante e nell’incertezza del domani, tutto sembrava perduto. Eppure, in quel buio fitto, è emersa una luce inattesa: la preghiera. In particolare, quella del rosario. C’è da arrossire ripensando al modo in cui spesso senza amore lo recitiamo.
«Era l’unico modo a disposizione per mantenere viva la speranza», ha raccontato. Un’ancora gettata nell’invisibile quando tutto il visibile crolla. In quelle circostanze estreme, private persino dei bisogni più elementari, le due religiose hanno trasformato la preghiera in una forma concreta di libertà interiore. Il valore del rosario, spesso sottovalutato nella quotidianità, si rivela proprio in queste situazioni limite. È una preghiera semplice, accessibile a tutti, ma profondamente radicata nella vita. Ogni Ave Maria diventa un passo, ogni mistero una rilettura della propria sofferenza alla luce di Cristo. Non cancella il dolore, non elimina la paura, ma impedisce che abbia l’ultima parola.
Nel racconto di suor Carine si coglie anche la bellezza della missione radicata nella preghiera, persino in una prigionia. Il fatto che la liberazione sia avvenuta grazie all’intervento dei cristiani locali aggiunge un ulteriore livello di significato: la preghiera non isola, ma costruisce comunione.
Nel suo intervento, suor Carine ha ricordato che queste non sono esperienze isolate. Molte donne consacrate operano quotidianamente in contesti di guerra, affrontando rischi enormi. Eppure continuano, sostenute da una fiducia che non è ingenuità, ma scelta consapevole: affidarsi a Dio anche quando tutto sembra dire il contrario. E così, dalla cattedrale di San Giuseppe fino alla boscaglia dove due donne hanno resistito senza cedere alla disperazione, si alza un’unica lezione: la pace comincia nel cuore, e spesso nasce da una preghiera ripetuta con fede, quando tutto il resto sembra perduto.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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