20 Aprile 2026

Dove la vita viene affidata

Domenica mattina, la città di Bergamo si sveglia pacatamente quando alle 9.45, una campanella suona dentro una stanza della Croce Rossa Italiana. Non è un allarme come gli altri: è il segnale che una vita era stata affidata. Fuori, il temporale si era appena placato. Dentro, nella Culla per la vita, il vagito di un bambino. Una madre si allontana velocemente ma nello stesso tempo resta perché quella donna non ha abbandonato un figlio. Ha consegnato il figlio.

Lo ha fatto scegliendo un luogo dove sapeva che sarebbe stato accolto subito, scaldato, nutrito, custodito. Lo ha fatto sapendo che nessuno l’avrebbe vista, che nessuno l’avrebbe inseguita. Lo ha fatto dentro una possibilità che una società civile ha avuto la delicatezza di costruire: quella delle culle per la vita e del parto in anonimato. Strumenti silenziosi, quasi nascosti che non fanno notizia se non in momenti come questo. Eppure, sono una delle forme più alte di civiltà: dire a una donna in difficoltà estrema “non sei sola, e tuo figlio può vivere”.

In un tempo in cui spesso si parla di diritti senza volto, queste culle hanno invece il volto concreto di un bambino che respira, che ha già mangiato, che è in buone condizioni all’ospedale ASST Papa Giovanni XXIII. E dietro quel volto, c’è quello invisibile di una madre. Una madre che ha lasciato un biglietto: mezza pagina strappata da un quaderno a quadretti. Parole semplici, parole di una madre: «Ti auguro tanta gioia e serenità che non siamo in grado di darti. Ti abbiamo amato dal primo istante. Ti amo da morire».

Colpisce quel “noi”, significa che la sua non è una solitudine assoluta, ma è comunque una condizione che non ha trovato altra strada. “Ti abbiamo amato”. Non “non ti vogliamo”. Non “non ti possiamo tenere”. Ma: ti abbiamo amato. È una lingua che non si studia nei manuali. È la lingua dell’amore che rinuncia a possedere. In quelle righe c’è tutto: la coscienza di un limite, il dolore di non poter offrire “gioia e serenità”, e insieme una dichiarazione che resiste a tutto — “ti amo da morire”. Come se quella madre avesse voluto dire: non posso tenerti, ma non posso neppure smettere di amarti.

E allora la culla per la vita diventa un ponte. Non è il luogo dell’abbandono, ma quello di una relazione che cambia forma. Non cancellano la maternità, la custodiscono in modo diverso. Permettono a una madre di compiere, dentro una situazione forse drammatica, un ultimo gesto di responsabilità. Un gesto che salva. Senza queste possibilità — il parto in anonimato, le culle protette — quante storie finirebbero diversamente? Quante vite non arriverebbero nemmeno a quella campanella che suona?

Per questo sorprende sempre un po’ il silenzio che circonda questi strumenti. Come se fossero marginali, residuali. In realtà, sono una frontiera delicatissima dove una società decide se stare dalla parte della vita, tutta la vita, anche quella più fragile e nascosta. Non sappiamo nulla di quella donna. Forse non lo sapremo mai. Ma sappiamo abbastanza per riconoscere, senza retorica, che il suo è stato un gesto di amore ferito e concreto. E quel bambino, che qualcuno un giorno chiamerà per nome, porta già con sé una storia: quella di una madre che, sotto la pioggia appena finita, lo ha stretto un’ultima volta e poi lo ha affidato. Non al nulla ma a qualcuno. E forse è proprio questo il senso più profondo di quelle culle: dire che tra il “non posso” e il “non voglio” esiste ancora uno spazio umano, dove la vita può essere consegnata — e accolta.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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