21 Aprile 2026

La fede non è una pensione: l’ultimo schiaffo di papa Francesco

Le ultime parole di un uomo prima di morire dicono sempre tutto della sua vita. Per questo, a un anno dalla nascita al Cielo di papa Francesco, sono andata a rileggerle, come si fa quando manca qualcuno a cui si è voluto bene davvero per cercare ancora la sua voce anche se scritta. L’ultima Udienza generale pubblicata, quella del 9 aprile, segnata dalla fatica della malattia, anche se non tutta scritta di suo pugno probabilmente, porta inconfondibile la sua impronta: limpida, evangelica, scomoda. Più che un saluto, è un vademecum per la felicità. Rivolto proprio a noi.

A noi cattolici, che rischiamo di ridurre anche l’eternità a una pratica da sbrigare. A noi che, in fondo, viviamo come se la vita eterna dice il Papa fosse “qualcosa che si ottiene per diritto”. Come una ricompensa dovuta. Come una pensione spirituale maturata a forza di comandamenti osservati. E invece no. Il giovane ricco del Vangelo di Matteo, brano che il papa commenta in questa catechesi, è un uomo che “non conosce il vocabolario della gratuità”. Tutto è dovere. Tutto è dovuto. Tutto è sotto controllo. Anche Dio.

Ho sempre pensato che uno dei meriti di Francesco è stato quello di mettere soprattutto il cristiano spalle a muro, come se fosse realmente preoccupato di quello che siamo diventati cioè persone che misurano la fede, contano i meriti, accumulano pratiche come crediti. Costruiamo appunto navi splendide — liturgie impeccabili, vite ordinate, coscienze tranquille — ma restiamo fermi nel porto. “Quest’uomo si è costruito una nave di lusso, ma è rimasto nel porto!”. Quanta fede immobile abita le nostre chiese. Quanta vita trattenuta. Quante zavorre benedette.

Eppure il punto non è quello che facciamo, ma quello che portiamo nel cuore. Non è la lista dei comandamenti, ma lo spazio dell’amore. Perché — dice ancora Francesco — “in una vita vissuta così, anche certamente a fin di bene, quale spazio può avere l’amore?”. È la domanda più scomoda perché non mette in discussione il male, ma il bene fatto senza amore. Il bene fatto per dovere. Il bene fatto senza libertà. E poi c’è quello sguardo. “Gesù fissò lo sguardo su di lui… guardandolo dentro… lo amò”. Prima di ogni richiesta. Prima di ogni cambiamento. Prima di ogni risposta. Lo amò. È questo il punto che ci sfugge. Che ci sfugge sempre. L’amore non si merita. Non si compra. Non si eredita. Si riceve. “Siamo veramente felici quando ci rendiamo conto di essere amati così, gratuitamente, per grazia”. Ma noi, invece, continuiamo a elemosinare amore o a comprarlo. Anche con Dio. Anche tra di noi.

E poi, infine, quella parola che fa più paura di tutte: seguimi. Non un’idea. Non una regola. Una relazione perché — dice Francesco — “possiamo ascoltare il nostro nome solo all’interno di una relazione”. Da soli restiamo “dei tali”. Anonimi. Anche dentro una vita piena. Quante volte la nostra fede è solitudine travestita da autosufficienza? Quante volte non sentiamo più il nostro nome pronunciato da qualcuno che ci ama gratuitamente? Quante volte restiamo tristi — come quell’uomo — senza nemmeno sapere perché? La tristezza è il segno. Il segno che non siamo partiti. Che siamo rimasti nel porto. Che qualcosa ci trattiene ancora.

Di che cosa è piena la mia nave? Quali zavorre continuo a chiamare ricchezze? La mia fede è incontro o prestazione? So ancora lasciarmi amare gratuitamente? C’è qualcuno che pronuncia il mio nome? Forse è questa la vera eredità che papa Francesco ci ha lasciato: non risposte, ma inquietudini vere. Non certezze comode, ma una strada aperta.

E viene da pensarlo adesso, con un sorriso pieno di nostalgia e di fede, che anche in Cielo non sia uno che si riposa. Me lo immagino così: indaffarato, come sempre. A spingere qualcuno a mollare gli ormeggi. A insegnare anche ai santi il vocabolario della gratuità. A sussurrare a Dio — con quella sua confidenza disarmante — di continuare a guardare dentro ciascuno di noi. E ad amarci. Prima ancora che capiamo.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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