Le donne non possono essere sacerdoti: ingiusta discriminazione?
Una delle critiche che più frequentemente vengono mosse alla Chiesa, dall’interno e dall’esterno, è di non ammettere le donne al sacerdozio: un retaggio culturale maschilista? Una forma consapevole di discriminazione? Una subordinazione indebita? Cerchiamo di guardare a questa norma partendo dal Vangelo stesso.
Qualche giorno fa, durante la celebrazione della Cresima di alcuni ragazzi, sono rimasta colpita dal bastone del vescovo. Un chierichetto lo ha tenuto per tutto il tempo, per poi consegnarlo al vescovo nel momento del sacramento. So bene che si tratta del simbolo del pastore, ma quel giorno mi ci sono soffermata di più e mi sono chiesta: perché i pastori sono solo uomini?
Chi conosce il mondo della pastorizia, soprattutto così come si svolgeva nell’antichità, al tempo di Gesù, sa che non si trattava affatto di una condizione privilegiata. Fare il pastore significava vivere all’aperto per lunghi periodi, spostarsi continuamente per la transumanza, difendere il gregge da predatori feroci e ladri senza scrupoli, affrontare il freddo più penetrante, il caldo più afoso, la fame e la solitudine.
Ecco, Gesù ha scelto proprio questa immagine per parlare di Sé e di coloro che guidano il suo popolo: pastori disposti a rischiare la vita, a proteggere con forza, a vegliare nella notte e a sopportare la fatica per il bene del gregge.
Il primo aspetto da cogliere, dunque, è questo: il sacerdote, se guardato con gli occhi di Gesù, non vive una condizione privilegiata. Al contrario, gli è richiesto un dono di sé che coinvolge sia il corpo sia lo spirito. È una chiamata che implica, in un certo senso, il mettersi completamente da parte, non per disprezzo della propria vita, ma per renderla servizio e sostegno alla vita degli altri.
E la donna? Non può forse vivere questo stesso servizio? Non può, al pari dell’uomo, offrire la propria vita?
Al tempo di Gesù, la donna era prevalentemente legata alla dimensione domestica, mentre l’uomo viveva maggiormente all’esterno: anche per questo era più comune che i pastori fossero uomini. Ma oggi? Oggi i ruoli sono molto più dinamici, meno rigidi, più aperti.
Allora la domanda emerge con ancora più forza: perché una donna non può essere sacerdote?
A questa domanda, da cattolici, si risponde con una premessa: la Chiesa non ha deciso che i sacerdoti fossero uomini nello stesso modo in cui non ha deciso che il Figlio di Dio dovesse nascere da una donna.
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La Chiesa osserva, custodisce, testimonia, ripropone i gesti e le scelte compiute da Gesù, suo fondatore.
Nella Chiesa cattolica il sacerdozio è riservato agli uomini non per una questione di superiorità o inferiorità, ma perché la Chiesa ritiene di non avere l’autorità di modificare ciò che considera una scelta originaria di Gesù, legata fin dalle origini al sacramento dell’Ordine.
Guardando al Vangelo e agli Atti degli Apostoli, si osserva infatti che Gesù ha scelto solo uomini come Apostoli. Questa scelta appare consapevole e non semplicemente dettata dal contesto culturale: Gesù, in molte altre occasioni, ha dimostrato di saper superare le convenzioni del suo tempo, specialmente nel rapporto con le donne, come testimonia, ad esempio, l’incontro con la Samaritana.
La questione, però, non riguarda una presunta svalutazione della donna, ma il significato simbolico del segno sacramentale. Nella teologia cattolica, il sacerdote agisce in Persona Christi, soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. Poiché Cristo si è incarnato come uomo, il segno sacramentale è ritenuto dover essere visibile e coerente con ciò che rappresenta.
Questo non implica una gerarchia di valore tra uomo e donna. Al contrario, la figura più alta del cristianesimo è e resterà sempre una donna: Maria. In lei si manifesta una forma unica e altissima di partecipazione al mistero cristiano. Maria accoglie il Verbo nel proprio corpo, lo dona al mondo, resta fedele fino alla croce e vive una relazione con Cristo che nessun altro ha sperimentato nello stesso modo.
In questa prospettiva, è possibile leggere una distinzione tra il sacerdozio ministeriale, proprio dei presbiteri, e una dimensione spirituale e simbolica che si esprime in modo eminente nella figura di Maria e, in senso più ampio, nella vocazione femminile. Se il sacerdote rappresenta Cristo Capo nella sua funzione ministeriale, la donna richiama la Chiesa Sposa, nella sua capacità di accogliere, custodire e generare vita.
Il Servo di Dio don Dolindo Ruotolo parlava di “sacerdozio verginale”, riflettendo sul modo peculiare di Maria – e delle donne cristiane dopo di lei – di partecipare all’opera della Redenzione.
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Non si tratta, quindi, di subordinazione, ma di una differenza simbolica e complementare. La donna non “compie” il sacrificio in senso sacramentale, ma partecipa ad esso in modo altrettanto essenziale: lo accoglie, lo custodisce e lo rende fecondo nella vita concreta.
Del resto, i Vangeli mostrano come le donne abbiano avuto un ruolo centrale anche negli eventi pasquali: presenti sotto la croce, quando molti discepoli erano fuggiti, sono anche le prime testimoni della Risurrezione e le prime ad annunciarla.
La donna, quindi, non è esclusa dalla missione della Chiesa. Tutt’altro; ne rappresenta, per certi aspetti, il punto di origine e di rivelazione: Cristo si incarna in un grembo femminile e si lascia riconoscere vivo, dopo la morte, proprio dalle donne.
Alla luce di tutto questo, la tradizione cattolica legge il rapporto tra uomo e donna in termini di pari dignità e differenza vocazionale. Non una disuguaglianza, ma un’armonia tra due modalità distinte e preziose di partecipare al mistero di Cristo, che insieme contribuiscono a esprimere la ricchezza della vita della Chiesa e dell’esperienza umana.
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