Mi invitano spesso nelle scuole per parlare ai ragazzi. Non sono un’esperta, né una psicologa, né un esperto di qualche emergenza sociale. Conosco la vita dalla prospettiva del mio essere genitore e del lavoro che mi dà l’opportunità di conoscere tante persone e di permettere attraverso la rivista che queste storie vengano tirate fuori dall’anonimato perché hanno qualcosa da consegnare e insegnare. La prima volta che ho incrociato lo sguardo di Erika era seduta in terza fila, le mani intrecciate sul banco e lo sguardo attento di chi ascolta davvero. Era uno di quegli incontri a scuola in cui si parla di genitori e figli, di parole dette e di quelle che restano sospese, di distanze che si creano anche quando si vive sotto lo stesso tetto.
Quando è finito, tanti ragazzi sono usciti in fretta, qualcuno si è fermato per una battuta, altri per qualche curiosità. Lei no. È rimasta seduta ancora qualche secondo, poi si è alzata e se n’è andata senza dire niente. L’ho rivista qualche settimana dopo, in un posto che non aveva niente a che fare con le aule e le sedie in fila. Era mattina, la luce filtrava dai lucernari del centro commerciale e le persone camminavano con quella fretta distratta di chi ha mille cose da fare e nessuna davvero urgente. Mi ha riconosciuta prima lei. Si è avvicinata con un passo incerto, come se ogni metro fosse una decisione da prendere. Tergiversava nel salutarmi, ho capito che forse voleva parlarmi di qualcosa così le ho detto: «Perché non ci sediamo un po’?». Ha annuito come se non aspettasse altro.
Ci siamo sedute su una panchina di metallo, tra un negozio di scarpe e una vetrina piena di vestiti troppo perfetti per essere veri. «Quel giorno a scuola, non ho parlato perché… non sapevo da dove cominciare». Mi ha raccontato dei suoi genitori con un tono carico di affetto, scevro da ogni sussulto di rabbia. «Non mi hanno mai fatto mancare niente», ha detto. «Niente davvero. Vestiti, viaggi, corsi, opportunità… tutto». Si è fermata un attimo, come se dovesse controllare di non essere ingiusta. «Però non mi hanno mai chiesto chi sono».
Le ho chiesto cosa intendesse. Ha sorriso appena. «A casa si parla solo di risultati. Dei voti, dell’università, del lavoro che farò. Di quanto devo essere brava, brillante, migliore degli altri». Ha fatto una pausa, poi ha aggiunto piano: «Ma non mi hanno mai fatto la domanda che tu ci hai fatto a scuola: sei felice?». Attorno a noi passavano persone con borse piene, bambini che tiravano i genitori per la mano, musica di sottofondo che cercava di rendere tutto più leggero. E invece in quel momento c’era solo il peso delle sue parole. «Non mi hanno mai chiesto: tu cosa vuoi davvero?» ha continuato. «O cosa provi. O se ho un’amica vera». Ha tirato fuori dallo zaino una busta bianca stropicciata e l’ha guardata, come se dentro ci fosse qualcosa di fragile.
«Io non lo so nemmeno più, cosa provo. So solo cosa dovrei essere». C’è un momento, quando qualcuno ti consegna il proprio dolore, in cui capisci che non puoi fare molto. Non puoi aggiustare, non puoi risolvere. Puoi solo restare. Le ho chiesto se avesse mai provato a parlarne con loro. Ha annuito. «Ma loro pensano che io sia fortunata. E lo sono, lo so. Me lo dicono sempre. Mi dicono che tutto questo è per il mio bene». Ha sollevato gli occhi, finalmente. «Ma se è per il mio bene, perché mi sento così sola?».
Non ho risposto, perché certe domande non cercano veramente risposte ma qualcuno che le ascolti senza scappare. Alla fine mi ha dato la busta. Dentro c’era una lettera. Scritta a mano, con una grafia ordinata che cercava di tenere insieme pensieri troppo grandi. «Non so se la darò mai a loro», ha detto. «Ma dovevo scriverla. E dovevo darla a qualcuno». Abbiamo parlato ancora un po’, di cose piccole, di scuola, di musica, di niente in particolare. Poi si è alzata. «Grazie», ha detto. Ma la verità è che non avevo fatto nulla di speciale. Avevo solo ascoltato. L’ho vista allontanarsi tra la gente, confondersi tra le vetrine e le luci. Sembrava una ragazza come tante: ben vestita, sicura nei passi, con tutto quello che serve per avere una vita perfetta. E invece portava dentro una domanda enorme, di quelle che non si possono comprare in nessun negozio: qualcuno, almeno una volta, mi chiederà chi sono davvero?
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



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