29 Aprile 2026

È reale il dolore di Wendy. È la risposta ad essere disumana

Cosa resta a una madre quando muore un figlio? È una di quelle domande che non cercano risposte immediate perché ogni risposta sembra offensiva, insufficiente, sbagliata. Resta il silenzio. Resta il senso di colpa che si infila ovunque, anche dove la ragione sa che non dovrebbe stare. Resta il “se solo…”. Resta quel momento che si ripete, all’infinito. Wendy Duffy, ex operatrice socio-sanitaria delle West Midlands, aveva 56 anni. Suo figlio Marcus ne aveva 23. Era figlio unico. È morto soffocato nel 2022 da un pomodorino, in casa. Una morte assurda, domestica, di quelle che non trovano posto nemmeno nelle parole. Era lei ad avergli preparato da mangiare. Da quel giorno, Wendy ha continuato a esistere. Ma – come ha scritto lei stessa – “Esisto. Non vivo”.

Da quel momento sono trascorsi quattro anni. Quattro anni di terapia, farmaci, tentativi di rimettere insieme i pezzi. Quattro anni in cui una madre ha abitato un dolore profondo. Quattro anni in cui, forse, ha aspettato qualcosa. O qualcuno. Qualcuno che le dicesse: “Resta”? Infine, il viaggio in Svizzera, alla clinica Pegasos, la struttura europea che accetta pazienti il cui desiderio di morte non deriva da una malattia terminale, ma da una sofferenza psichiatrica.

La storia di Wendy mi interroga profondamente. È la fotografia di una società che, davanti al dolore che non sa gestire, cambia linguaggio: non accompagna più, autorizza. Non resta, certifica. Non si sporca le mani con la sofferenza, la delega. È più facile. È più facile chiamarla libertà. È più facile parlare di dignità. È più facile dire: “Era una sua scelta”. Ma quanto è libera una scelta che nasce dentro una ferita che non smette di sanguinare? Quanto è autonoma una volontà che ha già provato a togliersi la vita e continua a non sentire più nulla?

Non giudico Wendy. Non potrei. Nessuna madre potrebbe. Il suo dolore è reale, profondo, straziante. È un dolore che toglie il respiro anche solo a immaginarlo. Ma proprio perché è reale, proprio perché è così umano, fa ancora più male pensare che la risposta sia stata la morte. Diecimila franchi. Una valutazione psichiatrica. Una firma. Una sostanza letale e nel pomeriggio del 24 aprile, Wendy con addosso la maglietta del figlio Marcus pone fine alla sua esistenza. Davvero è tutto qui quello che sappiamo offrire a una madre che ha perso un figlio? Davvero il punto di arrivo di una civiltà è questo: organizzare bene la fine, invece di condividere il peso del vivere?

C’è qualcosa che non torna. C’è qualcosa che si è spezzato molto prima di quel viaggio in Svizzera. Una madre non dovrebbe mai essere lasciata sola nel suo lutto. Mai. Il dolore, una volta, aveva un posto nella comunità. Si piangeva insieme. Si vegliava insieme. Si stava. Anche in silenzio, ma insieme. Oggi invece il dolore è diventato una questione privata. Intima. Quasi imbarazzante. Lo affidiamo agli specialisti, lo chiudiamo in stanze, lo medicalizziamo. Forse Wendy non aveva bisogno solo di cure. Forse aveva bisogno di presenza. Di qualcuno che restasse quando le parole finivano. Di qualcuno che sopportasse con lei l’insopportabile.

È vero, il dolore spaventa. Il dolore degli altri, soprattutto. Ci mette a disagio. Ci fa sentire impotenti. E così, piano piano, ci ritiriamo. Lasciamo spazio agli esperti, alle procedure, alle soluzioni “efficienti”. Ma la morte non è una soluzione. È una resa e non la resa di Wendy piuttosto la nostra resa. Qualcuno dirà: ma ci sono dolori insopportabili. È vero. Qualcuno dirà: non possiamo capire. È vero anche questo. Ma allora proprio per questo dovremmo moltiplicare le domande, non chiuderle. Dovremmo allargare le possibilità, non restringerle. Dovremmo creare più legami, non offrire vie d’uscita.

Chi ha vissuto accanto alla sofferenza lo sa. Sa cosa significa arrivare al limite. Sa cosa significa pensare: “Non ce la faccio più”. Sa cosa significa desiderare che tutto finisca, pur di non vedere più soffrire chi si ama. A queste persone non si può rispondere con giudizi. Si può solo dire: non dovevate essere lasciate sole perché è questo il punto. Non Wendy. Non la sua scelta. Il punto siamo noi, prima. Che società vogliamo essere? Una società che regge il peso del dolore, o che lo elimina? Una società che resta, o che si ritira? Una società che dice “vivi”, o che organizza la morte? È una questione umana. Profondamente umana perché prima o poi il dolore attraversa tutti. Non c’è nessuno che ne sia immune.

Non posso fare a meno di pensare: quando toccherà a noi, troveremo qualcuno che resta o troveremo una porta ben organizzata per uscire? Io non ho risposte facili. So solo che il dolore senza senso distrugge. Ti svuota. Ti lascia nudo. Ma forse il senso non è qualcosa da trovare da soli. C’è bisogno di chi si prende cura, di chi condivide il peso con te, di chi ti ricorda la fiducia in un Dio che per noi è morto per amore, per salvarci anche dai dolori impossibili e senza senso. Se qualcuno fosse riuscito a dirlo davvero a Wendy – e a restare abbastanza a lungo perché lei potesse crederci – oggi staremmo raccontando un’altra storia.



Il Caffè sospeso...
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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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