Adrianna: “Ho perso il mio unico figlio, ma voglio ancora vivere”
Una mamma chiede il suicidio assistito dopo aver perso l’unico figlio, la sua ragione di vita. Le parole sembrano inutili davanti a un dolore così. Mi attraversa fino alle viscere. Provo a mettermi nei suoi panni e mi sembra quasi di toccare con mano quella disperazione percepita senza via d’uscita, quel vuoto che non lascia spazio a nulla per cui valga ancora la pena respirare. I pensieri scorrono. Mi chiedo cosa si possa fare di più. Poi penso ad Adrianna. Anche lei è una mamma rimasta senza il suo unico figlio. Sento il bisogno di chiamarla, di ascoltare una parola, di capire come si possa sopravvivere a un dolore simile. E lei mi dà luce, come ogni volta che ci parlo.
Adrianna mi racconta qualcosa delle sue giornate, a volte lunghe e pesanti. “Fare i biscotti non è più lo stesso, se non possiamo farli insieme”, mi dice, portando un esempio quotidiano. E poi: “Non riesco a dare via gli indumenti di Michele. Lo so, non mi servono più, non ho altri figli… ma non ce la faccio. Ho i miei limiti umani”.
L’assenza pesa. Pesa moltissimo. Eppure, mi confida che no, né lei né suo marito hanno mai pensato di togliersi la vita.
È forse più forte di quella mamma? Più “brava”? Ascoltandola, ho l’impressione che sia semplicemente meno sola. Il che non significa che si senta sempre compresa.
Il dolore è immenso, difficile da spiegare: “Mi dicono ‘ti capisco’, ma chi non ha perso il proprio unico figlio non può capire”, afferma con sincerità.
Michele è morto, quando aveva sette anni, a causa di un tumore al cervello. Spesso Adrianna, con malinconia, si chiede, da tre anni a questa parte, come sarebbe la loro vita oggi se il figlio non se ne fosse andato, quali esperienze avrebbero fatto, come sarebbe diventato crescendo.
“La vita non ci ha chiesto il permesso per portarci via nostro figlio. Abbiamo dovuto accettarlo, e basta. Io volevo solo essere madre… Anche Maria voleva solo essere madre. Immaginiamo la sua gioia all’annuncio dell’Angelo: in quel momento non pensava alla croce, ma solo a diventare madre. Così è stato per noi”.
Si ferma, come per raccogliere le idee. “Non si può giudicare quella donna. Non siamo nessuno per farlo. È come chi non sa nuotare e non ha un salvagente. Noi non eravamo preparati a perdere un figlio, ma quando è successo abbiamo trovato aiuto. Ci siamo lasciati aiutare: da Dio, da chi ci voleva bene, abbiamo imparato, giorno dopo giorno, a ricostruire la nostra vita. E così, nonostante il lutto gravissimo, non abbiamo mai pensato di farla finita”.
Fa una pausa di silenzio, poi aggiunge: “Anche se non capiamo, quella era la sua ora, non la nostra”.
Per Adrianna è una tentazione pensare di seguire i figli prima del tempo. Si può scegliere di vivere proprio per loro. Ecco perché Adrianna e suo marito Davide hanno creato un’associazione, “Io sempre bene”, in nome di Michele. “Non possiamo, però, condannare chi non riesce a vivere così: abbiamo, piuttosto il compito di aiutare e tendere una mano… ecco perché, ad esempio, ci hanno chiesto di dedicarci proprio alla pastorale del lutto, per aiutare altri genitori ‘orfani’ di figli”.
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Adrianna non nasconde le ferite che porta dentro: “Il dolore è grande, e certi giorni sono terribilmente vuoti. Eppure, abbiamo imparato a riempire quel vuoto di ricordi, di amore, di servizio”.
Oggi lei e suo marito sono volontari all’ospedale Gaslini di Genova, lo stesso in cui il figlio è morto. Ma lei mi corregge subito: “Non mi piace dire ‘dove è morto’. Preferisco dire: ‘l’ospedale dove ha vissuto un anno della sua vita’. Non è solo il luogo in cui ci ha lasciato, ma quello in cui, nonostante la fatica, ha vissuto la sua malattia anche con serenità, grazie a un personale straordinario, a persone meravigliose, ai clown che portavano leggerezza e che gli sono entrati nel cuore, così tanto che oggi siamo diventati anche noi dei clown, per altri bambini”.
Per Adrianna, “Ogni ricordo è prezioso. Lì abbiamo sperimentato anche momenti di felicità. Ed è per questo che oggi torniamo, a nostre spese, facendo tanta strada, per portare sollievo ad altri bambini e ad altre famiglie”.
Adrianna sa che lei e suo marito non sono più forti o meno fragili di altri genitori che non ce l’hanno fatta. Riconoscono però di aver trovato un senso al dolore, di aver ricevuto aiuto, consolazione. Il dolore resta, a volte si fa insistente, ma il vero punto di snodo è questo: sanno che Michele “c’è ancora, anche se in modo nuovo”.
Lo ritrovano in piccoli segni, in dettagli che parlano di lui, credono nella Resurrezione e ne testimoniano la potenza. Quando proprio non ce la fanno, la speranza bussa, anche fosse solo con la scritta “non mollare” scritta su un binario del treno.
Non è ingenuità né superstizione: è la disponibilità a lasciarsi sorprendere da una vita che non finisce qui. Siamo nati per non morire mai davvero.
Ed è anche per questo che riescono a continuare a vivere, custodendo la promessa di quel figlio che, prima di salutarli, ha detto loro: “Se non si può tornare indietro una volta andati in Cielo, allora io vi aspetto lì”.
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ULTIMI COMMENTI
E' proprio così. Grazie per aver scritto questo articolo "non inclusivo". Oggigiorno ci vuole un certo coraggio per dire e…
Ma cosa centra l'albero dei fichi?? Perchè non viene chiarito questa circostanza? grazie
Grazie del bell'articolo, puntuale e preciso. Siamo giunti a questo punto perché le premesse c'erano già tutte a partire dalle…