4 Maggio 2026

La scelta che ferisce

Ho letto il libro di Alberto Ravagnani, La Scelta. Perché ho perso tempo a leggere un testo di un presbitero che ha lasciato il sacerdozio (non a caso utilizzo questa definizione) quando migliaia di persone giudicano la pubblicazione solo una manovra commerciale? Perché io fondamentalmente sono un’idealista. Questa è la verità. Credo nelle persone, credo nel bene che ho visto compiere e non mi accontento di salire sul carro dei vincitori. Anzi a dirla tutta la “scelta” di don Alberto mi ha addolorata moltissimo. È una ferita alla Chiesa e dunque al Corpo mistico di Cristo. Non dovremmo fare spallucce troppo facilmente davanti ai drammi e ai fallimenti di persone, che nel bene o nel male, hanno una responsabilità nei confronti di altri.

Certo, quando vediamo giovani che si avvicinano alla fede, che ricominciano a pregare, che si confessano dopo anni, non possiamo fermarci allo strumento umano che li ha intercettati; dobbiamo riconoscere che è Cristo che passa. E questo resta vero anche quando lo strumento mostra crepe evidenti. La grazia opera e non si blocca davanti alla fragilità ma proprio per questo la fragilità non può essere banalizzata. Una vocazione sacerdotale che naufraga come anche una coniugale ci chiede il coraggio di fermarci, di ascoltare, anche di correggere, di rivedere il cammino formativo e per quanto dipende da noi, chiederci se abbiamo fatto bene la nostra parte.

Questi pensieri hanno affollato la mia mente mentre scorrevo le pagine del libro. Nonostante la grande tentazione di richiuderlo dopo la prima parola, un’espressione scurrile e volgare che ormai è diventata l’intercalare di ogni conversazione. Una madre non si ferma al linguaggio, non va a dormire quando un figlio si allontana, tiene accesa una luce alla finestra. E certamente ha mosso le corde del mio cuore materno quando nelle prime pagine racconta la sua storia fino all’ordinazione, le ho trovate profonde, sincere, un monito per tutti i genitori che non riescono ad intercettare i disagi dei figli. Poi però qualcosa cambia.

La descrizione del seminario mi è sembrata davvero ingenerosa. Si potrebbe migliorare, certamente dobbiamo fare passi da giganti nell’educazione all’affettività ma ridurre la formazione a un sistema oppressivo o quasi caricaturale non restituisce giustizia a tante esperienze serie e umanamente ricche. A volte ho l’impressione che si scambino per “mancanza di libertà” quelle che sono semplicemente regole condivise. Non tutto ciò che struttura è oppressivo. Non ho potuto non pensare alla testimonianza di Giovanni Paolo II, che durante l’occupazione nazista entrò in seminario clandestinamente, rischiando la vita ogni giorno. Non c’erano spazi “personalizzati”, né percorsi adattati alla sensibilità individuale: c’era una chiamata da custodire nel silenzio, nella disciplina, nella fedeltà nascosta. Eppure proprio lì è maturata una delle vocazioni più luminose del nostro tempo.

Dopo il trasferimento a Milano, il libro diventa uno sfogo, una ricostruzione psicologica della sua vita. si perde completamente il rapporto con Dio, e il senso profondo del ministero sacerdotale. Che i ragazzi ballino di più a un DJ set che a Messa non è esattamente una scoperta rivoluzionaria. Il punto è un altro: la liturgia non esiste per intrattenere. Se iniziamo a valutarla solo in base all’entusiasmo immediato, abbiamo già perso la sua natura. La riflessione sul celibato mi sembra infantile e l’idea di rompere la regola per dipanare ogni difficoltà è molto ingenua. Le relazioni sono faticose per tutti. Sempre. Dentro e fuori la vita consacrata. Idealizzare l’una o l’altra condizione non aiuta a capire la realtà.

Nel complesso, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una narrazione che pone questioni vere, ma spesso le semplifica fino a deformarle. E forse qui entra in gioco la sua giovane età: perché alcune letture della realtà e del cuore umano mi sono sembrate acerbe, non per mancanza di intelligenza, ma per mancanza di tempo. È una narrazione ancora molto centrata su di sé e poco su Gesù. E se non si sposta, con una vita di preghiera autentica, il centro della propria giornata e dei propri pensieri si finisce sempre in una rete che prima o poi stringe fino a soffocare ogni buona intenzione. Il segreto non lo conosco per vivere la propria vocazione ma con gli anni ho imparato una regola importante della vita spirituale: nella tempesta bisogna restare fedeli a Lui. Fidarsi di Lui. Senza scappare. Forse don Alberto un giorno, lo comprenderai e spero troverai qualcuno pronto ad ascoltarti.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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