CORRISPONDENZA FAMILIARE
Le scarpine dei bambini. Auschwitz ancora tra noi
4 Maggio 2026
(Foto: Maria Sbytova - Shutterstock.com)
Negli anni ’70 l’aborto era rivendicato come extrema ratio, l’unica soluzione possibile in un contesto di grande difficoltà. A parte i pasdaran della morte, allora capitanati da Pannella e Bonino, tutti gli altri accettavano l’aborto come un evento drammatico, una scelta inevitabile. Così fu presentata la Legge 194. E così fu difesa nel successivo referendum del 1981. Nessuno parlava dell’aborto come un diritto né tantomeno lo annunciava come una scelta di civiltà.
A metà degli anni ’70 Oriana Fallaci, prima dell’approvazione della Legge 194, pubblica un libro in cui racconta l’esperienza di una donna che vive la gravidanza come un peso che soffoca la vita, un ostacolo alla sua realizzazione:
“Ma cos’è questa vita per cui tu, che esisti non ancora fatto, conti più di me che esisto già fatta? Cos’è questo rispetto per te che toglie rispetto a me? Cos’è questo tuo diritto ad esistere che non tiene conto del mio diritto ad esistere?” (Lettera a un bambino mai nato, Milano 1997, 61).
È una donna che non vuole rinunciare alla sua libertà e rivendica perciò il diritto di decidere. Quel bambino è venuto nel momento sbagliato. In questo racconto vi sono i prodromi di quella cultura che ha fatto dell’aborto la bandiera dell’autodeterminazione femminile. E tuttavia, quel libro ha due pregi. In primo luogo tutto il romanzo è costruito sul dialogo tra la mamma e il suo bambino, quell’essere ancora nascosto nel grembo è dunque un soggetto, un interlocutore. Ha una sua dignità. Siamo ben lontani da quella propaganda che, soffocando i dati della scienza genetica, presenta il bambino come un anonimo ammasso di cellule. Un secondo elemento, ancora più significativo, è quello di chiamare le cose con il proprio nome: “La sola idea di ucciderti, oggi, mi uccide e tuttavia mi capita di considerarla” (Lettera a un bambino mai nato, p. 25). Uccidere è un verbo che fa orrore e fa dell’aborto un altro capitolo di quella guerra che si combatte ogni giorno e ad ogni latitudine.
Un libro drammatico ma vero. Un libro che racconta la realtà, descrive i sentimenti e le paure di una donna quando affronta la gravidanza, narra il conflitto tra la madre e il bambino senza retorica e senza preventive auto-assoluzioni. Poi le cose sono cambiate: l’ideologia ha sostituito la realtà, i militanti sono saliti sul carro del vincitore e sono diventati sempre più presuntuosi. Come lo sono tutti i cortigiani del regime. Fino al punto da presentare ogni singolo intervento che rende ancora più facile l’aborto come un “provvedimento di civiltà”. Parola di Roberto Fico, Governatore della Regione Campania. Lui sa che nessuno si oppone, anche i cattolici impegnati in politica fanno silenzio. Il valore della vita non ha alcun peso politico. E dunque, è più comodo tacere. Li capisco, ci sono altri interessi da difendere.
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Fino agli anni ’90 del secolo scorso l’aborto era uno dei temi opinabili, uno di quelli che avevano bisogno di un commento duale che mette in campo i favorevoli e i contrari. Oggi non è più così. C’è una sola opinione in campo, nessuno spazio ai pro-life. È possibile ascoltare la voce trionfante di chi dichiara urbi et orbi di aver abortito, anche più volte, senza alcun conflitto e senza alcun rimpianto. Ma è praticamente impossibile ascoltare la voce di una donna che racconta il dramma che ha vissuto e vive a causa dell’aborto. O la testimonianza di una madre che, dopo aver pensato e deciso di abortire, ha scelto la vita. Ed oggi è felice con il suo bambino.
Sono stato più volte ad Auschwitz. Un nome che esiste nei libri di storia ma non sulla carta geografica. Il luogo in cui fu costruito il campo si chiamava (e si chiama) Oswiecim. Un comune della Polonia. Furono i tedeschi a modificare il nome. E tuttavia, questa denominazione è rimasta nella storia come un simbolo, un richiamo del male che l’uomo può commettere. Quella di Auschwitz è una vicenda ben conosciuta, tutti abbiamo visto le immagini toccanti del campo e dei prigionieri dopo la liberazione. Chi visita questo luogo oggi non vede le immagini raccapriccianti dei prigionieri picchiati e uccisi, spogliati delle vesti e della dignità. È sufficiente soffermarsi sugli oggetti conservati. E tra questi troviamo in prima fila le scarpine dei tanti bambini che qui sono stati uccisi solo perché nelle loro vene scorreva sangue ebraico…
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Auschwitz è la memoria dell’orrore. Ma è un errore pensare che il male si sia fermato ad Aushwitz. Purtroppo cammina per il mondo e continua a distruggere la creazione. È facile, troppo facile, scaricare ogni colpa sull’ideologia delirante del nazismo. Come se oggi fossimo esenti, come se quella stessa ideologia sotto altre vesti non continui ad avvelenare il terreno dell’umana convivenza. Ci sono le guerre, sì e purtroppo sono numerose. Ma c’è anche quella guerra silenziosa ai bambini che non hanno ancora visto la luce. Un legame che molti considerano assolutamente improponibile e totalmente sconveniente. Madre Teresa, invece, lo ha richiamato con la forza mite delle sue parole nel discorso che ha fatto quando ha ricevuto il Nobel per la Pace: “Penso che la pace oggi sia minacciata anche dall’aborto, che è una guerra diretta, una uccisione precisa, compiuta dalla stessa madre”. Solo i santi hanno il coraggio di proclamare la verità.
“Vivere è aiutare a vivere”, diceva Raoul Foullereau, l’apostolo dei lebbrosi. Rimanere indifferenti dinanzi al dramma dell’aborto significa diventare complice del male che s’insinua nel cuore della società e semina la logica e la prassi della violenza. Se davvero la vita di ogni persona non ha prezzo, dobbiamo diventare complici della vita. Lo chiediamo a quanti sono impegnati in politica e tutti coloro che desiderano costruire una civiltà fondata sul riconoscimento della dignità che appartiene ad ogni essere umano. A partire dal bambino che attende solo di vedere la luce per gridare il diritto alla vita.
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