C’è qualcosa che stona. Qualcosa che non torna nel modo in cui, oggi, si costruisce l’indignazione pubblica. Basta scorrere i social, ascoltare certi commenti televisivi, leggere editoriali improvvisati: da un lato la condanna — durissima, unanime, viscerale — per una giovane donna, Chiara Petrolini, 22 anni, colpevole di aver ucciso e nascosto un neonato – in realtà erano due ma la Corte ha deciso che non c’è reato per il primo; dall’altro, nello stesso spazio mediatico, l’esultanza o la rivendicazione entusiasta per l’accesso all’aborto farmacologico a domicilio promosso dalla giunta del governatore Roberto Fico.
Due fatti diversi, certo. Due contesti differenti. Ma una domanda inevitabile: che valore attribuiamo davvero alla vita umana quando è fragile, invisibile, non desiderata? Il caso di Chiara Petrolini ha scosso l’opinione pubblica. E giustamente. La soppressione di un neonato, la solitudine, il gesto estremo: tutto grida dolore, fallimento, tragedia. La reazione è stata immediata, quasi istintiva: rabbia, condanna, richiesta di giustizia. Una vita spezzata suscita — ancora — scandalo. Ma lo stesso spazio pubblico, pochi giorni dopo, si accende per celebrare un ampliamento dell’accesso all’aborto farmacologico. Qui il tono cambia: si parla di diritti, di progresso, di libertà. Non c’è scandalo. Non c’è dolore condiviso. Non c’è nemmeno, spesso, la percezione di trovarsi davanti a una vita in completa solitudine.
E allora il punto non è mettere sullo stesso piano situazioni differenti, ma un altro: perché la percezione del valore della vita cambia così radicalmente a seconda del contesto, del linguaggio, del momento in cui quella vita si trova? In entrambi i casi — ed è qui che la domanda si fa difficile — ci troviamo davanti a una vita non voluta. Questo elemento non è secondario. È, anzi, centrale. Una vita accolta suscita festa. Una vita rifiutata diventa problema. Ma può il desiderio — o la sua assenza — determinare il valore di una vita?
La scienza, da parte sua, ha reso il dibattito più chiaro ma è volutamente ignorato. Oggi sappiamo che già nelle prime settimane di gravidanza si sviluppano strutture fondamentali: il cuore inizia a battere, gli organi si delineano, l’organismo segue un processo coordinato e continuo. Non siamo davanti a qualcosa di indefinito, ma a una vita umana in fase di sviluppo, “in viaggio verso la vita” direbbe Marina Casini. Eppure, questa evidenza biologica non produce una posizione univoca sul piano etico. Perché? Dove tracciamo il confine? Quando una vita diventa “degna” di essere difesa senza ambiguità? Alla nascita? A una certa settimana? Alla percezione sociale?
La sensazione è che oggi il confine sia diventato mobile, adattabile, spesso piegato alle esigenze del momento. C’è una grande ipocrisia: una società capace di indignarsi con forza in alcuni casi, e di sospendere il giudizio — o addirittura ribaltarlo — in altri, pur partendo da realtà che condividono un dato essenziale: l’esistenza di una vita fragile e dipendente. È chiaro, l’indignazione, da sola, non basta. Senza coerenza e senza uno sguardo umano più profondo, rischia di diventare solo rumore. Ma come ferisce questo rumore!
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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