La polemica sui “Promessi Sposi”: quando e perché leggerli a scuola?
5 Maggio 2026
Divampa la polemica circa la possibilità di posticipare la lettura dei “Promessi Sposi” perché questo grande classico sarebbe considerato troppo difficile per dei ragazzi di 14 o 15 anni. La scelta di farlo leggere nel biennio delle superiori, tuttavia, non è casuale: nasce da una tradizione didattica molto precisa, costruita tra fine Ottocento e Novecento. L’idea di fondo era che quel romanzo fosse il punto di partenza ideale per formare studenti giovani, sia sul piano linguistico sia su quello morale. Oggi sono altri i valori condivisi dalla società?
Da giovane neolaureato, partecipando a colloqui in cerca di occupazione, in un centro di avviamento al lavoro, mi fu chiesto quale fosse il mio libro preferito. Risposi “I Promessi Sposi”. La dottoressa mi guardò con sguardo ironico, come se mi comunicasse di aver capito che io non leggessi molto e che avessi risposto citando l’unico testo che mi avevano “costretto” a leggere a scuola. Non era così. All’epoca, con occhi molto più performanti degli attuali, “macinavo” libri in gran quantità e di ogni genere, dai romanzi ai gialli, ai saggi, ai classici anche stranieri. Il fatto era, ma è ancora, che dopo aver letto il romanzo manzoniano al secondo anno scolastico per intero, un capitolo alla settimana, con corredo di studio in vista delle interrogazioni, avevo scelto, consapevolmente, di rileggerlo dopo la maturità: in questa seconda lettura, per così dire personale, lo trovai meraviglioso. Lo trovo ancora tale. Da consigliare. Per tanti motivi che non è importante riportare qui.
Ne parlo ora, perché negli ultimi giorni la questione dei Promessi sposi nei programmi delle superiori è al centro di un dibattito molto acceso. Nella bozza delle nuove Indicazioni Nazionali per i licei (2026), infatti, emerge l’idea che il romanzo non sia più da considerare obbligatorio nel biennio, potendo essere sostituito con testi “più accessibili” a studenti di 14 o 15 anni. Si sposterebbe la lettura del romanzo al quarto anno di liceo. Nel cortocircuito mediatico che si è generato, la vicenda, in poco tempo, ha assunto le sembianze di una volontà di eliminarne la lettura. E questa idea, nel paese dei guelfi e dei ghibellini, di Coppi e Bartali e dei numerosi campanili, è diventata immediatamente faziosa e persino politica, passaggio che ai più impedisce una serena riflessione che vada nel merito. Le posizioni sono divise: i favorevoli allo slittamento sostengono che nel biennio spesso non vengono davvero letti, ma ridotti a riassunti; che sia meglio rimandarli per una lettura più consapevole e che sia giusto dare più spazio a libri che creino abitudine alla lettura.
I critici, d’altro canto, sottolineano come esista il rischio di indebolire un pilastro della tradizione italiana, di perdere un testo che ha funzione formativa e identitaria e che in definitiva ci sia il timore di “alleggerire” troppo i programmi. La presidente della commissione incaricata della revisione, Loredana Perla, smorza i termini della questione. Alla base dello slittamento, dice, ci sono criteri di natura pedagogica: la maturità degli studenti, la progressione delle competenze linguistiche e interpretative e la possibilità di affrontare il testo in modo non superficiale. L’obiettivo è evitare che la lettura si riduca a un passaggio obbligato e poco interiorizzato. Nel ragionamento della Commissione emerge anche una riflessione più ampia sul modo di insegnare i classici. Perla sintetizza così quella che considera una sfida: “evitare sia la musealizzazione sia la banalizzazione di un classico insuperabile”.
Leggi anche: Educazione sessuale a scuola: a chi la affidiamo e cosa occorre ai nostri ragazzi?
Tutto ragionevole. Appaiono ugualmente valide le posizioni dei favorevoli e dei contrari. Vedremo come sarà ricomposta la questione e gli esiti che ne sortiranno. Dalla cattedra osservo e avanzo qualche considerazione a scopo puramente costruttivo nel dibattito. La prima prende le mosse proprio dalla musealizzazione di cui parla la Presidente Perla. Esiste sicuramente un vulnus nella presentazione del romanzo manzoniano. Lo si studia perché il romanzo è importante e non perché è bello: in questo modo non si assapora più, diventa l’ennesimo obbligo a cui sottoporre gli studenti, una cosa da fare perché “si fa”. Un destino analogo sta vivendo la Divina Commedia, sempre più Carneade (ad intenditor, poche parole) del panorama culturale nazionale. Ogni tanto ne parla Benigni e allora la si adora a prescindere, anche non capendo granché del contenuto.
Qualcosa di simile succede quando un docente di latino presenta la sua lingua iniziando dalla considerazione che è morta: il ragazzo sveglio, intelligente, ben presto smette di sprecare energie per qualcosa che è dichiarato morto, l’accanimento terapeutico non gli interessa. Studiare qualcosa senza assaporarne e coglierne la portata è un po’ il triste destino che attanaglia la scuola in Italia che è sempre più vissuta come obbligo e meno come opportunità. Già la definizione di “Scuola dell’obbligo” sembra mortifera. “Studium” in latino indica, invece, la passione. Somiglia molto di più a ciò che chiamiamo hobby. Se cominciassimo a ragionare di scuola in termini di opportunità? Chissà! Sta di fatto che, nel bel mezzo di un obbligo, difficilmente si riesce a provare piacere. Fortunato chi, docente o studente, vive la scuola come un’opportunità.
La seconda considerazione riguarda il tema del libro formativo. La scelta di farlo leggere nel biennio delle superiori non è casuale: nasce da una tradizione didattica molto precisa, costruita tra fine Ottocento e Novecento. L’idea di fondo era che quel romanzo fosse il punto di partenza ideale per formare studenti giovani, sia sul piano linguistico sia su quello morale. Per decenni, la scuola italiana ha avuto un obiettivo centrale: insegnare una lingua nazionale comune. Dopo l’Unità d’Italia molti studenti parlavano solo dialetto e Manzoni era visto come il modello di italiano chiaro, corretto e “normativo” e, quindi, il romanzo diventava una sorta di manuale vivente di lingua. Serviva ad ampliare il vocabolario, ad imparare a leggere testi complessi, a costruire una base linguistica solida. Fu considerato anche un romanzo formativo per adolescenti a motivo della linearità della sua storia, della presenza di valori forti (giustizia, fede, responsabilità). L’idea era: meglio iniziare con un classico che “educa”, non solo che intrattiene.
Qui si pone un nodo centrale: se siamo d’accordo con questa visione del romanzo, avrebbe senso proporlo quando i ragazzi sono più formati? E, senza lo sforzo della comprensione, siamo poi tanto sicuri che al quarto anno abbiano quelle capacità che avrebbero dovuto affinare confrontandosi con un testo difficile? In altre parole, il romanzo è per formati o è formativo? Siamo di nuovo di fronte all’ennesimo tentativo di semplificare la vita ai nostri giovani? Non so rispondere, ma sono domande che mi pongo.
Leggi anche: Alfonso, tra polvere e stelle: l’intervista impossibile che ridà vita al Santo
Un’ultima considerazione che colgo dalla cattedra: l’epopea manzoniana di Renzo, Lucia, Fra Cristoforo, l’innominato convertito rimanda ad un orizzonte di fede che non solo non è più diffuso e condiviso, ma comincia ad essere anche rigettato da una parte sempre maggiore della popolazione della nazione. Fra Cristoforo, nel lazzaretto dove Renzo incontra don Rodrigo morente, gli suggerisce di perdonarlo per essere perdonato nel giorno supremo della sua vita. Questa evenienza è sicuramente auspicabile, ma quanto è attuale? Quanto è diffusa o accoglibile oggi? Renzo deve riconoscere di essere perdonato e ciò è lontanissimo dalla sensibilità odierna fatta di persone autosufficienti, autoreferenti e normativi a se stessi. Perdonare poi chi ti ha fatto quel male doloroso oggi è quasi del tutto improponibile. Siamo di fronte ad un valore condiviso? Chi pensa ancora che sia da lasciare in eredità ai nostri giovani? Forse in questo senso, il romanzo potrebbe diventare effettivamente formativo. Profetico addirittura.
La violenza ostentata del nostro tempo avrebbe molto da imparare dal testo manzoniano. Così come la fede semplice degli umili che “vince” il sopruso non sconfiggendolo, ma reinterpretandolo secondo gli occhi di Dio sarebbe un annuncio sovversivo. Occorrono, tuttavia, occhi capaci di vedere tali piccoli punti luminosi nel buio del nostro mondo. E cosa dire della resilienza, attitudine necessaria più che mai oggi, dei nostri giovani eroi? E del valore orientativo delle vicende di Renzo che arriva alla maturità al termine di una teoria di azioni immature che gli dicono chi egli voglia diventare “da grande”? Al secondo o al quarto anno, forse è indifferente, il romanzo va proposto come un’opportunità, uno specchio nel quale ritrovare le proprie fattezze morali, un aiuto nel dare una risposta, ciascuno la propria, alla più centrale delle questioni di ciascuno: chi voglio diventare? In qualunque momento lo si studi si aiutino i ragazzi a leggerlo per la vita. Ecco, questo sembra possa essere il “sugo della storia”.
Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia
Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).


ULTIMI COMMENTI
Grazie del bell'articolo, puntuale e preciso. Siamo giunti a questo punto perché le premesse c'erano già tutte a partire dalle…
Purtroppo oggi se non si convive non ci si sposa
Gentile Dottoressa, lei ha scritto una bellissima frase "Le famiglie non sono perfette. Non lo sono mai state e non…