Alex Zanardi è stato campione di automobilismo, medaglia d’oro alle Paralimpiadi, un uomo che ha saputo ricominciare quando la vita gli ha tolto le gambe dopo il terribile incidente del 2001 sul circuito del Lausitzring. Eppure non è lì che si misura la sua grandezza. Nemmeno nel giorno in cui, anni dopo, cadde di nuovo sull’asfalto durante una staffetta benefica, come se la strada – la sua strada – volesse chiedergli ancora qualcosa. Uno può essere grande non solo per le medaglie che ha vinto, ma per il cuore che ha avuto. E il cuore, a differenza dei trofei, non si espone nelle teche: si riconosce negli incontri, nei dettagli, nei cinque secondi che cambiano una vita.
L’omelia di don Marco Pozza al suo funerale parte dal racconto di un episodio significativo. Erano in un Autogrill sull’A14, Alex, don Marco e due carcerati, due storie pesanti: «entrambi hanno le mani sporcate di sangue». Zanardi ascolta. «Lui li ascolta come pochi… immobile, memorizza tutto». Poi, finito il racconto dei due ragazzi, Zanardi prende la parola e dice: «Avete fatto un gran bel casino, porcavacca. Però: tanto di cappello per come state scavandovi dentro». È un linguaggio diretto, quasi ruvido ma dentro c’è tutto: il riconoscimento del male (“un gran bel casino”) e insieme la dignità di chi non si arrende (“tanto di cappello”). È esattamente lo sguardo cristiano: verità e misericordia insieme, senza sconti e senza condanne definitive. «Se poteste tornare indietro?», domanda Alex. I ragazzi rispondono che non rifarebbero quello che hanno fatto. E allora Zanardi consegna quella che Don Marco chiama una “lectio magistralis”, ma che in realtà è una frase semplicissima: «Certe volte bastano cinque secondi in più per fare la differenza».
E spiega: quei cinque secondi sono il tempo in cui puoi fermarti, pensare, cambiare strada. «Sono dappertutto: negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro». Non è una teoria nella vita di Alex, è esperienza concreta del limite umano. È dire che la libertà esiste, ma è fragile, e ha bisogno di un attimo in più per non sbagliare. Don Marco insiste su questo punto perché lì riconosce il cuore di Zanardi: non un eroe irraggiungibile, ma uno che prende sul serio la lotta quotidiana di ogni uomo. «Lascio a voi le medaglie… mi tengo strettissimo l’uomo» dice don Marco e spiega perché. Zanardi non ha corso “come chi batte l’aria”, citando San Paolo: ha corso con una meta. Anche dopo l’incidente, anche sulla carrozzina, la sua vita aveva una direzione: la famiglia, il dolore per la morte della sorella, la moglie e il figlio come “Itaca” a cui tornare, la fede. Non sono dettagli sentimentali: sono le radici che gli hanno permesso di non perdersi. Senza queste radici, anche la forza più grande rischia di crollare.
Questo amore ha dato ad Alex la forza di aiutare tante altre persone e continuerà ad essere un faro di luce per tanti. La morte non ha vinto davvero, «si è presa il corpo, ma l’anima le è sfuggita» perché quella vita continua nelle storie che ha toccato, nei ragazzi incontrati, nei progetti come Obiettivo3. E viene da immaginare, con la discrezione dei credenti, che davvero una voce lo abbia chiamato per nome: “Vieni, servo buono e fedele”. Perché eri in carcere, ed eri all’Autogrill ad ascoltare. Perché la vita ti aveva tolto tanto, ma tu hai restituito tutto. Perché hai capito che la vera vittoria non è arrivare primi, ma arrivare amando.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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