Pompei, le case dove rinascono le vite ferite
Il Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei è uno dei luoghi simbolo della devozione mariana nel mondo: oltre due milioni di pellegrini vi arrivano ogni anno per pregare davanti al quadro della Madonna. Ma accanto al grande flusso della fede esiste una Pompei meno visibile eppure altrettanto essenziale, fatta di accoglienza quotidiana, di mani tese, di vite ricucite nel silenzio. È la rete delle opere sociali nate dal carisma di Bartolo Longo, che continua a trasformare la spiritualità del Santuario in prossimità concreta verso chi è più fragile. Nel pieno carisma del fondatore Bartolo Longo, a Pompei la preghiera si intreccia con la carità.
Papa Leone XIV ha scelto di partire dall’amore gratuito nella sua visita di questa mattina. Appena arrivato in elicottero nell’area meeting del Santuario, il Pontefice ha incontrato nella sala “Luisa Trapani” le realtà del cosiddetto “Tempio della Carità”: madri in difficoltà, bambini accolti nelle case famiglia, persone senza dimora, operatori e religiose impegnati ogni giorno accanto a chi vive situazioni di sofferenza. Un universo che vive all’ombra della Basilica mariana ma che ne rappresenta forse l’eredità più profonda: quella di una Chiesa che non si limita alla devozione, ma la traduce in cura, protezione e accompagnamento.

Il “Tempio della Carità” nasce infatti dall’esperienza degli antichi orfanotrofi e dei rifugi per orfanelle e carcerati voluti dal fondatore del Santuario. Oggi quell’intuizione continua in una rete articolata di opere. C’è “Casa Emanuel”, struttura di accoglienza per gestanti e madri con bambini in difficoltà. Ci sono due centri oratoriali semiresidenziali, uno affidato ai Fratelli delle Scuole Cristiane, i Lasalliani, e l’altro alle Figlie del Santo Rosario di Pompei, la congregazione fondata dallo stesso Bartolo Longo. Opera inoltre il Centro di Aiuto alla Vita, che ogni mese sostiene famiglie fragili nel percorso della maternità. E poi la “Mensa Papa Francesco”, che quotidianamente offre pasti caldi a italiani e stranieri precipitati nella povertà.
Cuore pulsante di questa rete sono anche le cinque case famiglia ospitate in un complesso costruito anni fa per gli operai impegnati nella costruzione del Santuario. Oggi quelle stanze custodiscono storie di dolore e rinascita. Due case sono gestite dalla Fraternità di Emmaus, due dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e una dalla Fondazione Giuseppe Ferraro Onlus. Vi trovano accoglienza bambini con gravissime disabilità, minori senza famiglia, donne senza fissa dimora.
Questa mattina il Papa ha incontrato tutte le opere di carità nella sala “Luisa Trapani”. Davanti a lui c’erano i volti concreti di questa umanità fragile: i tre bambini dell’Oasi Vergine del Sorriso, i tre dell’Oasi Maria Madre della Provvidenza, entrambi custodite da due famiglie residente con i loro figli, i coniugi Cretella e i coniugi Nappo; i minori gravemente disabili accolti dalla Papa Giovanni XXIII, i ragazzi seguiti dalla Fondazione Ferraro. Ma soprattutto c’erano le loro storie.
Come quella raccontata da Tommaso e Pina, sposi da ventiquattro anni. Dopo aver scoperto di non poter avere figli, nel 2008 videro in televisione la notizia di un neonato abbandonato in un ospedale campano: senza arti, non riconosciuto, chiamato Matteo. «Non esitammo», hanno raccontato al Papa. Dopo l’iter davanti al Tribunale dei minori, quel bambino diventò loro figlio. «Al suo primo compleanno decidemmo di affidarlo alla Madonna di Pompei».
La loro storia però non si è fermata lì. Nel 2022, durante un incontro delle famiglie proprio a Pompei, conobbero attraverso la testimonianza di Roberta, la mamma affidataria, una bambina ospite della casa famiglia “Oasi Vergine del Sorriso”. Si chiamava Maria. Abbandonata alla nascita, gravemente malata, cieca, sorda, alimentata con un sondino e con una tracheostomia, secondo i medici aveva davanti a sé pochissimo tempo di vita. Nessuno voleva adottarla. Le parole di Roberta li scuotono. «Abbiamo deciso di essere i suoi genitori», hanno detto.

Il primo responso del Tribunale fu negativo: avevano già un figlio con gravi disabilità. Ma poi accadde qualcosa che la coppia continua a leggere come un segno. Il 13 novembre 2022, durante la discesa del quadro della Madonna, la responsabile della casa famiglia, Roberta, prese la piccola Maria e le poggiò la mano sul quadro della Vergine. Due giorni dopo arrivò la convocazione del Tribunale e il via libera all’adozione. Oggi Maria Rosaria — così è stata chiamata dopo il battesimo celebrato dall’arcivescovo Tommaso Caputo — ha quattro anni.
Non meno intensa la testimonianza di Serena, trentacinque anni, madre di due figlie. La maggiore, nove anni, vive con la nonna e le zie. «È la ferita più grande che mi porto addosso», ha confidato. Serena è arrivata a Casa Emanuel dopo una relazione tossica da cui non era riuscita a proteggere né se stessa né le figlie. La secondogenita, Vittoria, appena nata era stata collocata in un’altra struttura del Santuario, l’Oasi “Maria Madre della Provvidenza”, i cui responsabili sono Nicoletta e Angelo Nappo. Il Tribunale dei minori le aveva concesso di vivere accanto a lei nel percorso di recupero.
«Quando sono arrivata qui mi sentivo fallita», ha raccontato davanti al Papa. «Poi ho capito che cadere non significa necessariamente restare a terra». Oggi Serena parla di una seconda possibilità. Impara lentamente cosa significhi essere madre, dire dei no, scegliere consapevolmente. «Per la prima volta dopo tanto tempo sto costruendo qualcosa di autentico. Piano, con paura, ma con tutta la forza che ho».
Sono storie che spiegano meglio di ogni discorso perché Leone XIV abbia voluto iniziare da qui la sua visita a Pompei. Prima del Santuario, prima della folla dei pellegrini, prima della liturgia. Come a dire che l’amore alla Vergine del Rosario trova il suo compimento più vero quando diventa carne condivisa con chi soffre. È questa la Pompei che Bartolo Longo aveva immaginato. Ed è questa la Chiesa che continua a vivere accanto al santuario mariano: una Chiesa che non resta al riparo, ma dalla preghiera e dall’incontro con Gesù Eucaristia trova la forza per vivere un amore gratuito, totale e quotidiano.
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