«La maternità è vedere il tuo cuore camminare fuori dal tuo corpo e sperare che il mondo sia gentile con esso». Ho letto questa frase scorrendo distrattamente la timeline di un social. Mi ha colpita nel profondo, non solo perché sono una madre forse eccessivamente protettiva, non solo perché conosco quella paura sottile che accompagna ogni passo dei figli lontano da noi, ma soprattutto perché in quelle parole è racchiusa la verità più autentica della maternità. Essere madre significa questo: accettare che una parte di sé viva nel mondo, esposta al dolore, alla delusione, all’ingiustizia, e continuare ad amare senza misura. È una forma di vulnerabilità assoluta, ma anche la più grande esperienza di forza che una donna possa conoscere.
Eppure questa dimensione così profondamente umana sembra oggi quasi dover essere giustificata. La tenerezza materna viene spesso guardata con sospetto, come se custodire la vita fosse una forma di debolezza incompatibile con il nostro tempo. Lo vedo ogni volta che mi permetto di ricordare che l’aborto non è mai un gesto neutro: è una ferita. Una ferita per la donna, che porta dentro di sé una lacerazione spesso taciuta, e una ferita per il bambino che viene eliminato senza poter opporre alcuna difesa. A quel punto arrivano puntuali l’asprezza, la crudeltà, l’aggressività di certi commenti social. Come se parlare della sofferenza legata all’aborto significasse automaticamente voler giudicare le donne. Ma riconoscere il dolore non significa condannare. Significa, al contrario, restituire profondità a un’esperienza che oggi viene troppo spesso ridotta a un fatto tecnico, sanitario, individuale.
Massimo Recalcati ha scritto che «ogni figlio è sempre il figlio dell’imprevisto». È una riflessione vera: nessun figlio reale coincide fino in fondo con il figlio immaginato. Eppure è proprio in quella distanza, in quell’irruzione dell’imprevisto, che si compie l’esperienza più vera dell’amore. Perché allora stiamo togliendo alle donne la dimensione materna? Perché stiamo insinuando che soltanto una maternità voluta, progettata, programmata, perfetta possa essere felice? La vita non è mai perfetta. Non lo è il matrimonio, non lo è il lavoro, non lo è l’amore, e certamente non lo è la maternità.
Conosco madri di bambini con gravi disabilità che amano profondamente i loro figli e ne sono riamate con una intensità difficile persino da raccontare. Certo, le difficoltà esistono. Esistono la stanchezza, la paura, il sacrificio, le rinunce. Ma quale madre potrebbe davvero dire che crescere un figlio sia una cosa semplice? La maternità non è l’assenza della fatica. È la scelta quotidiana di amare dentro la fatica. David Maria Turoldo scriveva: «Non vi è nulla di più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». E forse anche sulla maternità abbiamo smesso di guardare la realtà concreta delle donne, la loro fragilità, il loro bisogno di essere sostenute e accompagnate. Abbiamo preferito consegnare loro una libertà solitaria, dove spesso la risposta più immediata al dolore o alla paura diventa eliminare ciò che disturba. Ma una società che smette di custodire la maternità smette lentamente anche di custodire la vita.
Abbiamo bisogno di restituire valore alla dimensione materna, come riconoscimento di qualcosa che appartiene profondamente all’identità femminile: la capacità di mettere al mondo. Mettere al mondo non significa soltanto generare biologicamente un figlio. Significa custodire, nutrire, proteggere, insegnare ad abitare la realtà. Significa rendere il mondo un luogo più umano. Da qui dovremmo ripartire. Dalla certezza che quando restituiamo alla donna ciò che le appartiene più di ogni altra cosa — la maternità intesa come capacità di dare la vita e prendersene cura — allora sì che possiamo sperare in un mondo migliore. Un mondo meno cinico, meno violento, meno incapace di tenerezza. Ogni civiltà si misura, in fondo, da come guarda una madre e il bambino che porta in grembo e fra le braccia. Riflettiamoci. Buona festa della mamma!
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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