Guardando la locandina che annuncia una “Veglia di preghiera per il superamento dell’omobitransfobia” il 29 maggio in una parrocchia della diocesi di Bologna, il primo sentimento non è neppure lo scandalo, ma una certa malinconia ecclesiale. Il titolo sembra uscito da un ufficio comunicazione più che da una comunità cristiana; il sottotitolo — “momento di preghiera per generare nuove relazioni basate sul riconoscimento e il rispetto lasciando spazio alla misericordia di Dio” — appare costruito con quel linguaggio ovattato e sociologico che da anni infesta documenti pastorali e incontri di formazione.
Eppure, al centro dell’immagine, quasi a reclamare un diritto di cittadinanza dentro questo lessico contemporaneo, campeggia una frase della Scrittura: “Non temere perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome, tu mi appartieni” (Is 43,1). Parole solenni, drammatiche, rivolte da Dio al suo popolo. Ma qui il rischio è che la Parola venga piegata a slogan identitario, ridotta a cornice emotiva di una causa culturale. La questione infatti non è il rispetto delle persone — che per un cristiano è fuori discussione — né la misericordia di Dio, che è il cuore stesso del Vangelo. La questione è un’altra: quando la Chiesa assume categorie, parole d’ordine e priorità elaborate altrove, smette lentamente di parlare la propria lingua. E una Chiesa che non parla più cristianamente finisce per non avere più nulla di specifico da dire.
Negli anni Settanta Liverani osservava già questo riflesso condizionato del cattolicesimo “moderno”: l’ansia di mostrarsi “al passo coi tempi”, salvo poi scoprire di essere sempre un passo indietro. Oggi accade qualcosa di simile. Dopo anni di saturazione mediatica delle tematiche LGBTQ+, quando persino certa industria culturale americana comincia a registrare stanchezza e riflusso, ecco che arrivano gli immancabili uffici pastorali, pronti a esibire il loro certificato di ultra-inclusività. Con un problema ulteriore: il mondo può permettersi di cambiare slogan ogni stagione; la Chiesa no. Perché la sua missione non è inseguire il consenso culturale, ma annunciare Cristo. E quando questo annuncio si diluisce nella necessità di apparire accoglienti secondo i codici del momento, si produce un cortocircuito: si confonde il popolo di Dio e, insieme, ci si espone al ridicolo di chi arriva tardi alla festa.
Forse Liverani avrebbe chiuso con una domanda semplice e tagliente: se per essere ascoltata la Chiesa sente il bisogno di adottare il linguaggio del mondo, non sarà il segno che ha smesso di credere fino in fondo alla forza del proprio? Propongo una veglia di preghiera per i promotori della Veglia del 29 maggio.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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1 risposta su “La parrocchia secondo Disney+”
E’ proprio così. Grazie per aver scritto questo articolo “non inclusivo”. Oggigiorno ci vuole un certo coraggio per dire e scrivere certi concetti, che per mia nonna sarebbero chiarissimi, veri ed anche belli. Papa Francesco ci continua a dire che certe idee sono “uno sbaglio della mente umana”