Sono trascorsi esattamente quarantacinque anni dall’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro e la memoria di quel pomeriggio romano non appartiene soltanto alla storia della Chiesa o alla cronaca di un attentato che sconvolse il mondo, appartiene soprattutto al mistero di una vita consegnata totalmente a Dio attraverso Maria. È questo il punto più profondo che emerge dalle parole pronunciate da Giovanni Paolo II il 17 maggio, ancora ferito, ancora sospeso tra la vita e la morte, eppure già capace di parlare con la limpidezza di chi aveva trasformato il dolore in offerta.
«Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato». Ecco le parole di un uomo che aveva attraversato la sofferenza lasciandosi abitare da Cristo. E poi quell’ultima frase da figlio: «A Te Maria ripeto: “Totus tuus ego sum”». Quel motto episcopale e petrino — “Sono tutto tuo” — non fu mai uno slogan devozionale nella vita di papa Wojtyla. Dopo il 13 maggio divenne qualcosa di ancora più profondo, un’esperienza visibile. Giovanni Paolo II era certo che la Madonna di Fatima avesse deviato il proiettile destinato a ucciderlo. Per questo volle che la pallottola fosse incastonata nella corona della Vergine a Fatima. “Ripeto” significa, “confermo, rinnovo, ancora di più la mia appartenenza a Te”.
Tre anni dopo l’elezione al soglio pontificio, il “Totus tuus” cessava di essere soltanto una formula scelta come programma spirituale e diventava una prova concreta di appartenenza. Come se Dio gli avesse chiesto di dimostrare fino in fondo cosa significhi affidarsi a Maria quando tutto vacilla: il corpo, il respiro, il sangue, la possibilità stessa di vivere. Ripeto, perché non basta dire una volta per sempre di amare. Bisogna imparare a rinnovare la fedeltà, specie quando arriva nella vita la pagina della croce.
Quando a gennaio sono stata a Fatima, nel mio cuore in quelle ore è andato maturando un desiderio profondo di vivere la formula di Consacrazione al Cuore immacolato di Maria. Ne ho parlato con un padre, religioso dei Servi del Cuore Immacolato di Maria, che vive in quel luogo santo da più di 30 anni e lui mi ha risposto che il cammino per arrivare all’atto di consacrazione non è semplice e non è breve. È un cammino lungo, esigente, spesso nascosto. Richiede tempo perché significa imparare lentamente a cedere il controllo della propria vita, ad abbandonare paure, orgoglio, desiderio di autosufficienza.
Aveva ragione. Chiunque inizi davvero questo cammino scopre presto quanto sia faticoso. Maria non conduce a una religiosità comoda; conduce a Cristo crocifisso. Porta dentro un affidamento che spesso passa attraverso il silenzio, la pazienza, la purificazione del cuore. Probabilmente anche Karol Wojtyła aveva imparato questo molto prima del 13 maggio 1981. Lo aveva imparato nella perdita precoce della madre, nella guerra, nel nazismo, nel comunismo, nella solitudine, nella responsabilità immensa del pontificato. L’attentato non creò il suo “Totus tuus” piuttosto potremmo dire lo rivelò al mondo nel suo momento più drammatico.
A quarantacinque anni di distanza il ricordo di quella giornata non può ridursi alla memoria di un proiettile sparato in piazza San Pietro. È il ricordo di una fede tenace, umile, filiale, portata fino alle estreme conseguenze. Di un Papa che, mentre il mondo guardava il sangue sul bianco della veste, guardava invece la mano della Madre. Quel “Totus tuus” di Giovanni Paolo II continua ancora oggi a interrogare il cuore dei credenti: quanto siamo davvero disposti a consegnare? Quanto della nostra vita appartiene realmente a Dio? Perché dire “sono tutto tuo” è semplice nelle parole, diventa infinitamente più difficile quando Dio prende sul serio quella promessa e la trasforma in vita vissuta.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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