“Tu sei la mia missione”: cosa accade a sposi e fidanzati che ne sono consapevoli?
È un enorme atto di carità prendersi cura della persona con la quale si è scelti di condividere la vita. Quando si inizia un cammino di coppia, non dovremmo mai perdere di vista il fatto che l’altro possa essere per me una missione, inteso non secondo il pericoloso spirito da crocerossina. Si tratta di provare a capire che, con l’altro, io posso fare un tratto di strada, anche lungo, pure per tutta la vita: e questo percorso può essere fatto di gioie e dolori, di comprensioni e dissidi, ma se è fondato sulla roccia, è capace di superare ogni momento di crisi.
Parlare ai fidanzati o agli sposi non è cosa semplice. E non si tratta di una verità da dimostrare: i fatti, le esperienze, le storie di tante coppie sono la prova di quanto, anti-metafisicamente e tenacemente si riconferma: “i casi reali sono più dei casi possibili”… nonostante la logica ci insegna che, di fatto, i casi possibili sono più di quelli reali.
L’esperienza, comunque, non smette di stupirci e, nonostante nei precedenti articoli abbiamo detto qualcosa sul fatto che l’altro sia la mia vocazione e possa, ahinoi!, essere la mia croce, resta vero, però che l’altro rappresenta ed è pur sempre la mia missione.
Quando ci troviamo davanti ad una parete completamente libera, appena imbiancata, se sulla parete c’è un pur piccolo puntino nero, la nostra attenzione, in un modo quasi, direi, morboso, è attratta da quel neo e nasce quasi naturale la reprimenda che “il lavoro non è stato fatto bene”. Fermo restando che tutti vogliono una parete ben affrescata, senza accorgercene, però, ci autocondanniamo a non godere di tutto il resto pur di dare spazio, in noi e fuori di noi, alla lamentela.
Come cambierebbe, invece, il nostro animo se assumessimo l’intima inclinazione a bypassare la stonatura per rallegrarci della parete bianca!
Mi rendo conto che la mia possa essere un’immagine, forse, un pochino mediocre, ma sono certo (intimamente lo spero!) che sia riuscito a rendere il messaggio che c’è dietro: ci fissiamo troppo sulle cose che non vanno.
Quando, prendendo il coraggio a due mani, si inizia un cammino di coppia (parlo a fidanzati e sposi, ma le considerazioni possono agevolare ogni rapporto amicale), non dovremmo mai perdere di vista il fatto che l’altro possa essere per me una missione.
Non si tratta, sia chiaro, dello scadere nelle dinamiche da “crocerossina” che pensa di poter migliorare l’altro: eterna e spaventosa tentazione, questa, perché nessuno può cambiare un altro. Le persone cambiano solo se lo vogliono.
Si tratta, invece, di provare a capire che, con l’altro, io posso fare un tratto di strada, anche lungo, pure per tutta la vita: e questo percorso può essere fatto di gioie e dolori, di comprensioni e dissidi, ma se è fondato sulla roccia, è capace di superare ogni momento di crisi. È qualcosa che impariamo solo vivendo, per usare parole a tutti note.
Nella mia esperienza ho compreso come, con chi è davvero amico, il rapporto è talmente “rodato” che quando si litiga (a ragione o a torto con percentuali di volta in volta da distribuire) sembra quasi inutile, dopo un giorno di silenzio ostico, chiedersi scusa: «ci conosciamo da talmente tanto tempo e talmente tanto bene che tanto lo sapevo che ci saremmo rivisti e avremmo riso insieme su quanto possano essere state stupide le ragioni del nostro litigio»… che, raramente, si rammentano.
Ma a questo ci si arriva, per l’appunto, solo vivendo, camminando fianco a fianco con l’altro che è, allo stesso tempo, oggetto della mia attenzione e soggetto in un rapporto a due.
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Oggetto – chiariamo! – non del mio tentativo di cambiarlo ma perché me ne prendo cura, l’ho a cuore: si ha a cuore colui per il quale si prega, di cui ci si interessa, con il quale ci piace stare.
Soggetto perché – mai dimenticarlo! – è un altro “tu”, che ha una libertà e una volontà, che mai vanno violate, sempre devono essere rispettate e mai – dico mai! – bisogna limitare o cercare di cambiare.
Le coppie che “funzionano” per una vita, se non sono state rette da rapporti di sudditanza o prevaricazione (in cui uno dei due è stato, iniquamente, sopraffatto dall’altro, a livello psicologico, sociale, economico, emozionale,…) “riescono”, una vita intera, proprio perché ognuno porta avanti la propria missione-vocazione sostenuto, incoraggiato, aiutato dall’altro: una vera storia d’amore è fatta sempre dalla somma di due libertà che si uniscono.
È un enorme atto di carità prendersi cura della persona con la quale si è scelti di condividere la vita. Se pensiamo alle promesse matrimoniali con le quali si giura di essere «fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita», ci rendiamo conto di come, parole cariche di emozione e, a volte, di lacrime, rappresentino una forma di contratto in cui non tanto leghiamo l’altro, ma impegniamo noi stessi: la parola data non si rispetta a condizione che l’altro ne tenga fede, ma si mantiene in virtù della ragione profonda che l’ha ispirata. Una persona “di parola” resta tale sempre e comunque.
E, sorvolando sul naturale e normale essere impauriti dalla formula “tutti i giorni della mia vita”, come non sperimentare un’assurda vertigine quando ci si rende conto che siamo davanti ad una sfida? Sì, una vita che diventa una missione in cui si comprende che si sta letteralmente sfidando il futuro fondando la promessa sull’altro che, in un modo o in un altro, resta, in qualche modo, un mistero.
Volersi bene, voler bene in un modo tutto speciale, amare quella persona particolare e non un’altra, è una missione alla quale ci si impegna ogni giorno, per tutti i giorni: inizia nel momento del fidanzamento (che, anche per queste ragioni, dovrebbe avere tempo a sufficienza) per poi essere confermata in un giorno speciale nella fiduciosa speranza che duri per tutta la vita.
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