16 Maggio 2026
Tre genitori e una favola lessicale: quando le parole servono a non chiamare le cose col loro nome
C’è qualcosa di più triste della tragica sentenza della Corte d’Appello di Bari che riconosce un bambino con una mamma e due papà: il modo in cui alcuni giornali hanno deciso di raccontarla. Il vero capolavoro, in questi casi, non è la notizia. È il lessico. È l’acrobazia narrativa. È l’arte contemporanea di dire una cosa evitando accuratamente di chiamarla per nome.
Prendiamo Repubblica. Tono zuccheroso, lessico ovattato, atmosfera da spot di biscotti integrali e famiglie sorridenti al tramonto. “Una scelta di genitorialità consapevole”. Come no! Oggi persino i figli sembrano usciti da un piano industriale: mission, vision e obiettivi trimestrali. Poi arriva la frase che meriterebbe una targa commemorativa del giornalismo contemporaneo: “Il bambino è stato concepito in modo naturale”. Ah, meno male che lo precisano. Per un attimo ho temuto fosse comparso tramite aggiornamento software. E il Sole 24 Ore rincara: “Il bimbo è stato concepito con un rapporto sessuale”. Davvero? Straordinario. Finora pensavamo che i bambini arrivassero con corriere espresso o assemblati in laboratorio con chiave a brugola inclusa nella confezione. Ma evidentemente oggi bisogna specificarlo, perché il dato biologico è diventato quasi un dettaglio folkloristico da annotare a piè pagina. In realtà quella precisazione tradisce qualcosa di molto più profondo: il bisogno quasi ossessivo di rassicurare il lettore che non ci sia stata maternità surrogata. Nessun “utero in affitto”, sia chiaro. Tutto pulito, tutto certificato, tutto narrativamente presentabile.
Ed ecco allora il secondo gioiello retorico: “La madre era un’amica di lunga data della coppia”. Che tenerezza. Una sorta di compagnia dell’anello genitoriale. Da quando l’ex moglie del padre biologico — perché di questo si tratta — diventa semplicemente “un’amica di lunga data”? È il nuovo miracolo semantico del nostro tempo: basta cambiare etichetta alle cose e ogni contraddizione evapora. Non più ex moglie. Non più madre naturale di un figlio concepito con il suo ex marito. No: “amica della coppia”. Manca solo “zia acquisita dell’affettività fluida” e il catalogo è completo.
E ancora: “Dalla nascita i due papà si occupano del figlio”. E per quale ragione, esattamente? Per filantropia? Per una casuale inclinazione all’assistenza neonatale? È evidente che esistesse a monte un accordo, una pianificazione, un progetto adulto costruito attorno al desiderio di avere un figlio. Il punto è proprio questo: il bambino non appare improvvisamente dentro una dinamica spontanea. È il risultato di una volontà organizzata. Ma qui avviene il gioco più raffinato. Il desiderio degli adulti viene presentato come diritto. La costruzione come spontaneità. La pianificazione come semplice “cura”. E guai a dirlo. Oggi il vero tabù non è più manipolare la natura, il vero tabù è ricordare che la natura esiste.
Così i giornali ci raccontano con commozione che il bambino “vive sin dalla nascita con entrambi i partners”, che i due uomini “esercitano la responsabilità genitoriale”, che la madre “acconsente all’adozione”. Tutto molto civile, ordinato, burocraticamente impeccabile. Nessuno che osa porsi la domanda più semplice: perché un bambino dovrebbe essere privato fin dall’inizio della chiarezza originaria del suo rapporto con madre e padre per adattarsi invece a un progetto affettivo elaborato dagli adulti?
No, la domanda non si può fare perché ormai l’unica sensibilità ammessa è quella degli adulti. Il bambino entra nel dibattito solo come certificazione finale del desiderio altrui. Naturalmente ogni obiezione viene subito sterilizzata con l’etichetta magica: “famiglie arcobaleno”. Formula geniale, perché trasforma automaticamente qualunque critica in una dichiarazione di guerra ai colori. E infatti l’avvocata di Rete Lenford conclude trionfante: “Queste cose fanno ancora scalpore, ma dovrebbero essere la normalità”.
Ed eccoci al cuore del problema. Non basta più che qualcosa sia possibile. Deve diventare normale. E non basta che diventi normale. Deve diventare moralmente superiore. Così chiunque osi avanzare dubbi viene immediatamente collocato nella categoria archeologica dei retrogradi: uno che probabilmente usa ancora il telefono fisso e pensa che i bambini abbiano bisogno di una madre e di un padre. La modernità funziona così: prima cambia le parole, poi cambia la percezione, infine cambia la realtà.
Per questo mi colpisce molto il racconto giornalistico che accompagna vicende come questa, non “utero in affitto”, ma “gestazione solidale”; non “desiderio adulto”, ma “progetto di amore”; non “privazione della figura materna o paterna”, ma “nuovi modelli familiari”. Il dizionario della contemporaneità sembra scritto da un ufficio marketing. Solo che qui non si stanno vendendo biscotti. Si sta ridefinendo l’idea stessa di filiazione e mentre si moltiplicano i genitori giuridici, scompare lentamente il significato delle parole più semplici. Madre. Padre. Figlio. Parole antiche, imperfette, concrete. Parole che oggi sembrano dare fastidio proprio perché ricordano che la vita, prima di diventare pratica notarile o costruzione culturale, nasce da una realtà concreta che nessuna retorica riescirà davvero a cancellare.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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