CORRISPONDENZA FAMILIARE
Profezia o eresia? L’ultima parola spetta al Papa
18 Maggio 2026
(Foto: Syda Productions - Shutterstock.com)
Un vero pasticcio. Agli inizi di maggio il Gruppo di Studio 9, una delle commissioni del Sinodo mondiale voluto da Papa Francesco, coordinata dall’arcivescovo di Lima, il cardinale Carlos Castillo, pubblica il suo rapporto finale. Ed è subito polemica. Uno scontro senza precedenti che chiama in causa cardinali di peso come Gerhard Müller che boccia senza mezzi termini il rapporto come un’autentica eresia che calpesta duemila anni di storia. Altri personaggi di rilievo del mondo cattolico, come il gesuita James Martin, rappresentante delle istanze LGBT, presentano lo studio come un “cambiamento storico”, il primo passo per affrontare con un approccio radicalmente nuovo la questione omosessuale.
Il Gruppo di Studio ha il compito di approfondire le “questioni controverse” ma decide di cambiare la terminologia in “questioni emergenti”. I capitoli sono due: a) l’esperienza delle persone omosessuali credenti; b) l’esperienza di non violenza attiva da parte di persone e associazioni in situazioni di guerra. Onestamente si fatica a capire come sia possibile tenere insieme nello stesso gruppo di lavoro due questioni così diverse. È un vero peccato perché di fatto il secondo tema, assai importante specie nell’attuale contesto internazionale, è stato totalmente oscurato dalle polemiche relative al primo.
La sintesi ufficiale, pubblicata dalla Segreteria del Sinodo, parla di un “cambio di paradigma rispetto a quello che ha prevalso nella vita ecclesiale lungo gli ultimi secoli”; e afferma chiaramente che “la verità universale dell’umano non è determinabile storicamente una volta per sempre, ma si dà nelle forme concrete delle differenti culture”. Come si nota, gli estensori del Rapporto ritengono di avere la chiave profetica per permettere alla Chiesa di lasciarsi alle spalle una dottrina secolare che ha compresso la novità del Vangelo. Il nuovo approccio è racchiuso in queste parole:
“il punto di partenza non consiste nella correzione (a livello dottrinale, pastorale, etico) di eventuali situazioni ritenute problematiche nell’esperienza credente concreta, ma nel riconoscimento e nel discernimento delle istanze di bene che le pratiche credenti esprimono, spesso attraverso un sapere diffuso e informale. In questa linea, il ruolo specifico dell’autorità è anzitutto quello di ascoltare, attivare processi di discernimento e accompagnarli per giungere all’espressione di un consenso, anche differenziato, quando ciò contribuisce alla costruzione del bene comune”.
Tutto chiaro. O forse no. Il linguaggio raffinato lascia intravedere, dice e non dice. È chiaro per chi ha le mani pasta e chi ha dimestichezza con lo studio accademico. Ma è certamente ostico per tutti gli altri. La Sintesi non va oltre, non svela le carte. Fa capire che occorre cambiare dottrina ma non dice esattamente come e cosa modificare. Occorre leggere tutto il documento per capire qual è l’alternativa proposta.
Leggi anche: Un “cambio di paradigma” che parla difficile e lascia molti dubbi sulla questione LGBT nella Chiesa
Non è evidentemente possibile offrirvi una lettura completa del testo, mi limito a sottolineare quelli che considero gli elementi più interessanti, a partire da questo criterio:
“La posta in gioco, come ben si comprende, è di superare il modello teorico che fa derivare la prassi da una dottrina preconfezionata, “applicando” principi generali e astratti alle situazioni concrete e personali della vita” (2.3).
Il testo invita a rivedere il “paradigma consolidato” della dottrina alla luce dell’esperienza concreta delle persone. E giunge alla conclusione che il vero peccato non è la relazione di coppia omosessuale ma “la mancanza di fede in un Dio che desidera il nostro compimento”.
Il documento critica pesantemente l’attività di Courage, un’associazione cattolica internazionale riconosciuta dalla Santa Sede che accompagna uomini e donne che provano attrazione per persone dello stesso sesso e li aiuta a vivere la loro sessualità nel solco di quanto insegna la Chiesa (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2359). I responsabili del Movimento, oggi presente in 15 Paesi – parlano di calunnie e diffamazioni e accusano di non essere stati mai interpellati. Alla faccia della sinodalità! Per la cronaca, lo scorso 6 febbraio Papa Leone ha ricevuto e incoraggiato i responsabili dell’associazione Courage.
Una lettura attenta del Rapporto mette in luce l’ipocrisia dei ricercatori. Citano infatti il documento La cura pastorale delle persone omosessuali, pubblicato nel 1986 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. A firma Ratzinger, per intenderci. Ma la citazione si limita a ricordare ciò che è ovvio e cioè che la Santa Sede deplora “con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente” (La cura, 10); e chiede perciò ai vescovi di “promuovere, nella loro diocesi, una pastorale verso le persone omosessuali” (Ib., 15). Ma non dice nulla sul giudizio antropologico ed etico espresso e motivato con grande chiarezza. E dimentica di ricordare un passaggio che, alla luce dei decenni successivi, acquista un valore profetico:
“Un numero sempre più vasto di persone, anche all'interno della Chiesa, esercitano una fortissima pressione per portarla ad accettare la condizione omosessuale, come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali. Quelli che, all'interno della comunità di fede, spingono in questa direzione, hanno sovente stretti legami con coloro che agiscono al di fuori di essa. Ora questi gruppi esterni sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo” (La cura, 8).
Inutile dire che il Rapporto non fa alcun riferimento al Catechismo della Chiesa Cattolica che ha sapientemente raccolto l’ampia tradizione ecclesiale su questo argomento.
Il Rapporto non è un documento ufficiale ma uno studio che offre spunti di riflessione in vista di un discernimento ecclesiale che, in ultima analisi, spetta a Papa Leone. La pubblicazione, come detto, ha innescato immediatamente una vigorosa reazione da parte di alcuni esponenti autorevoli del mondo cattolico, quelli che i media presentano come “l’ala conservatrice” della Chiesa Cattolica.
La cosa più interessante, però, è che anche la Segreteria del Sinodo, quella che promuove, coordina l’approfondimento e raccoglie i documenti, ha preso le distanze e ha precisato che si tratta solo di un “documento di lavoro” la cui responsabilità ricade unicamente su gruppo che ha elaborato la riflessione. Una presa di posizione inusuale che implicitamente sconfessa quella proposta o quanto meno la confina nell’orizzonte, assai ristretto a dire il vero, di un’équipe di studiosi.
Eresia o profezia? La parola spetta al Papa. Ci troviamo nella stessa condizione degli anni ’60 quando, al termine del Vaticano II, Paolo VI nominò una Commissione che aveva il compito di redigere un rapporto sulla regolazione della fertilità. La Commissione si divise e consegnò al Papa due rapporti, quello della maggioranza chiedeva di approvare la contraccezione. La minoranza invece metteva in guardia dai pericoli dottrinali di un tale riconoscimento e chiedeva di promuovere i metodi naturali. Sappiamo come andò a finire. Dopo un lungo periodo di riflessione e preghiera, Papa Montini pubblicò l’enciclica Humanae Vitae (1968) che abbracciava le ragioni della minoranza.
La questione è complessa e ogni sintesi rischia di essere o di apparire parziale e riduttiva. Una cosa è certa: si tratta di un capitolo essenziale e decisivo perché richiama la verità fondamentale della persona e della famiglia, intesa come luogo in cui il maschile e il femminile si ritrovano in una reciprocità che esprime la comunione. C’è bisogno di una parola chiara.
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