Quanto sono violenti, questi volontari pro-life!

gravidanza

(Foto: Maria Sbytova - Shutterstock.com)

Leggo ogni giorno i commenti che riceviamo sui nostri profili social e ascolto spesso il dibattito pubblico quando si parla di aborto: i volontari pro-life sono fanatici, oscurantisti, manipolatori psicologici che stringono d’assedio la libertà delle donne. Io però ho la fortuna di vivere a contatto con persone che ogni giorno investono la vita per aiutare veramente le donne. Non ci sono slogan, ma volti, storie, che ti costringono ad uscire dalla bolla dei preconcetti, che ti fanno capire che la vera violenza ha tutt’altro volto. Storie come quella di Melissa. 

Melissa è una ragazza che per un anno ha convissuto con un fidanzato violento, un uomo che la isolava dal mondo, sbarrandole ogni contatto con l’esterno, persino con sua madre. Quando in quel buio compare una gravidanza inaspettata, Melissa capisce che deve proteggere quel bambino. L’unico a dire di volere quel figlio, paradossalmente, è proprio il partner, che però non smette di picchiarla. Melissa capisce che deve salvarsi: decide così di raccogliere quel briciolo di coraggio rimasto e bussare alla porta della sua famiglia d’origine per chiedere rifugio. La famiglia, però – madre, padre, fratello – le offre un aut-aut: o abortisci o sei fuori. 

Per giorni, i genitori le ripetono che è una nullità, un’incapace, una ragazza con la colpa di avere un carattere troppo libertino, totalmente succube di quel compagno violento. Le ripetono, fino a convincerla, che l’aborto è l’unica via per il suo “benessere psicofisico”. E Melissa, schiacciata tra la violenza del fidanzato e il disprezzo della famiglia, si convince che non esistano alternative, che l’unica soluzione per sopravvivere sia cancellare la vita che porta in grembo. 

Rassegnata, prende un appuntamento per effettuare una IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza). Nella sala d’attesa del consultorio, intorno a lei, il silenzio della burocrazia, l’asetticità di un percorso che tutti, fuori di lì, considerano già scritto per il suo bene. L’occhio le cade su un volantino lasciato su un tavolo. Poche parole, pulite: “Non è un problema, è tuo figlio già adesso. Non sei sola, chiamaci”. C’è scritto solo questo, tutto qui. Ma basta così poco.

Melissa prende il volantino, si alza e se ne va. Fuori dalla sala, chiama quel numero. Dall’altro lato del telefono risponde una volontaria di un CAV (Centro Aiuto alla Vita). A lei, in un pianto liberatorio, Melissa racconta tutto. Bastano poche parole di quel colloquio per capire che la situazione è drammatica: Melissa non ha solo bisogno di un aiuto economico o di un passeggino. Melissa è in pericolo. Tenere quel bambino, per lei, significa subire la violenza fisica del compagno e la ritorsione psicologica dei genitori, che minacciano di farla dichiarare incapace di intendere e di volere pur di sottrarle il figlio. I volontari lo comprendono subito: per custodire quella vita, bisogna prima di tutto proteggere e allontanare Melissa da quella casa. 

Leggi anche: Più sola, più libera? Il paradosso dell’aborto ‘a domicilio’. Il commento di Marina Casini

Da quel momento scatta un vortice di telefonate, una catena invisibile di solidarietà che si muove nel retrobottega della cronaca, lontano dai riflettori. Una rete che si mobilita per trovare un luogo sicuro, una casa. Il CAV contatta Progetto Famiglia, e parte la ricerca di famiglie disposte ad aprire le porte di casa. Tra i volontari di Progetto Famiglia ci sono Annamaria e Gennaro, che di fronte alla necessità dicono il loro sì.

“Il nostro cuore e la nostra casa, nonostante i mille umani dissensi, restano aperti perché è Cristo che ci dona la Sua Misericordia”.

Ecco la violenza di questi volontari: farsi carico. Accogliere una ragazza definita “libertina” e “complicata”, senza sapere per quanto tempo – giorni, mesi o anni – resterà con loro. Mettere in discussione la propria privacy, il proprio ordine domestico, per permettere a una sconosciuta di dire quel “sì” che tutto il mondo intorno a lei cercava di soffocare. 

Oggi Melissa ha paura, si sente inadeguata, e deve ancora fare i conti con gli insulti della madre e del padre che continuano a chiamarla per dirle che i volontari sono solo dei superficiali che le stanno rovinando la vita. Ma non è più sola: chi la circonda le sta offrendo la terra ferma sotto i piedi per essere ciò che lei, e solo lei, ha scelto di essere.

In una società che si professa costantemente “a favore delle donne”, l’unica opzione che viene realmente agevolata, finanziata e difesa a spada tratta è spesso e volentieri solo quella dell’interruzione di gravidanza. Se una donna decide di abortire, trova una strada spianata, protocolli rapidi e il plauso ideologico di chi la definisce “libera”. Ma se quella stessa donna arriva a scegliere l’aborto perché schiacciata dalla povertà, dalla violenza, dal pressing, dalle mille situazioni che i CAV ogni giorno incontrano, possiamo veramente parlare di libertà? 

La vera violenza, l’autentico oscurantismo, sta in un volantino che offre aiuto o in una famiglia che abbandona una figlia incinta? Sta nel dire “c’è un’alternativa, ti posso aiutare” o nella pigrizia di un sistema che considera l’aborto la soluzione più economica e sbrigativa per risolvere un problema? Se la “violenza” dei movimenti pro-life è quella di chi apre la porta di casa propria, infila le lenzuola pulite nel letto, prepara un posto a tavola e dice “non avere paura, ci siamo noi con te” allora questa società è gravemente malata di ipocrisia. E noi abbiamo un disperato, urgente bisogno che questa splendida, accogliente “violenza” si diffonda il più possibile. 




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