“Avrei dato tutto per una sgridata”. Il dolore dei figli con genitori assenti

Una donna racconta che da adolescente poteva rientrare a casa a qualsiasi ora senza che nessuno la aspettasse o si preoccupasse per lei, e confessa quanto avrebbe desiderato piuttosto una sgridata. Questa testimonianza mostra che i figli non soffrono tanto per i limiti, quanto per l’indifferenza e il sentirsi invisibili. Anche i “no” e le regole, quando nascono dall’amore, diventano una forma di protezione e di cura. Il pedagogista Daniele Novara mette in guardia dai “genitori peluche”, troppo permissivi e incapaci di guidare. Educare significa assumersi la responsabilità della felicità e della crescita dei figli, anche quando occorre dire dei no.

Qualche anno fa ascoltai una testimonianza che mi rimase impressa in modo indelebile. Una donna raccontava la sua infanzia e la sua adolescenza. Tra tutte le parole che disse, c’è una parte del suo discorso che ancora oggi ricordo nitidamente:

“Le amiche, quando tornavano a casa più tardi dell’orario stabilito, venivano sgridate dai genitori. I genitori, infatti, si preoccupavano per loro e avevano atteso con ansia quel rientro. Io, invece, a tredici anni potevo rientrare quando volevo, anche di notte. Nessuno mi attendeva alla porta. Non so cosa avrei dato per ricevere anche io una sgridata”.

Queste parole contengono una verità profondissima sull’educazione e sull’amore.

Spesso pensiamo che siano i “no”, le regole, i limiti, a ferire i figli. In realtà, ciò che li ferisce davvero è sentirsi invisibili. È percepire che nessuno si accorge di loro, che nessuno veglia sul loro cammino, che nessuno considera importante ciò che fanno, dove vanno, chi frequentano, come stanno.

Uno dei bisogni più profondi di ogni figlio è proprio questo: essere visto.

Non idolatrato, come se fosse il centro assoluto del mondo.

Non ignorato, come se la sua presenza fosse irrilevante.

Ma visto. Riconosciuto. Custodito.

Un figlio ha bisogno di sentire che la sua vita sta a cuore a qualcuno. E l’amore autentico non si manifesta soltanto con le carezze, i sorrisi o le concessioni. L’amore passa anche attraverso il coraggio di dire dei “no”. Passa attraverso confini che non sono catene, ma argini; non punizioni arbitrarie, ma protezione.

Me lo devo ricordare ogni volta che i miei figli, ancora piccoli e inevitabilmente poco consapevoli, mi dicono:

“Le mamme dei nostri amici lasciano usare il tablet quanto vogliono”.

“I nostri amici possono accendere la televisione da soli”.

“A casa loro non serve chiedere il permesso”.

In quei momenti è facile sentirsi rigidi, antiquati, persino ingiusti. È facile dubitare. Ma allora ritorna alla mente quella ragazzina che, proprio perché nessuno le metteva limiti, finiva per desiderarli disperatamente. Perché il limite, quando nasce dall’amore, dice al figlio: “Tu sei importante per me. La tua crescita mi riguarda. La tua felicità non mi è indifferente”.

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Di recente, nelle mie zone – in provincia di Ancona – è intervenuto il pedagogista Daniele Novara, che ha parlato dei cosiddetti “genitori peluche”. Un’espressione forte, ma efficace. In quell’incontro, dedicato in modo particolare alla paternità, riferiva che spesso vogliamo essere morbidi, accomodanti, sempre disponibili a evitare conflitti, quasi temessimo di perdere l’affetto dei figli dicendo un “no”.

Eppure i figli non hanno bisogno di adulti che rinuncino al proprio ruolo pur di essere simpatici. Hanno bisogno di figure solide, affidabili, capaci di guidare. Hanno bisogno di qualcuno che sappia reggere il peso dell’impopolarità educativa quando necessario.

Perché educare non significa compiacere sempre.

Educare significa accompagnare verso il bene, anche quando costa fatica.

Il limite è una forma d’amore.

Non significa essere despoti, urlare, picchiare. Significa avere chiara la direzione. 

Dire un “no” giusto al momento giusto non significa spegnere un figlio, ma aiutarlo a crescere. Significa insegnargli che esistono tempi, modi, responsabilità. Che non tutto ciò che si desidera è automaticamente buono. Che la libertà senza guida non rende più felici, ma spesso più soli.

E allora sì, impariamo a dire i “no” che servono.

Impariamo anche a sgridare un figlio, quando necessario, se non ha rispettato un orario, una regola, una parola data. Non per esercitare potere, ma per esercitare cura. Non per controllare, ma per custodire.

Perché non è lo stesso se si comporta bene o male, se cresce nel rispetto oppure nell’indifferenza. La sua felicità, il suo equilibrio, il suo futuro sono anche responsabilità nostra.

E forse un giorno, diventato adulto, non ricorderà tutte le regole.

Ma ricorderà di essere stato atteso. Di essere stato importante per qualcuno. Di aver avuto accanto non genitori perfetti, ma genitori presenti, di cui poteva fidarsi perché stabili e credibili




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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