A Milano, nell’aula dove si giudicava il brutale accoltellamento di Davide Cavallo, avvenuto lo scorso 12 ottobre in cui lo studente della Bocconi ha subito lesioni permanenti alle gambe, la scena che resterà impressa non sono i vent’anni inflitti ad Alessandro Chiani, né i dieci mesi per omissione di soccorso ad Ahmed Atia. È l’abbraccio. Un ragazzo di ventidue anni, che ha perso per sempre una parte della propria libertà fisica per cinquanta euro e una notte di violenza insensata, ha trovato la forza di abbracciare chi gli ha distrutto la vita.
Non ha permesso che quell’odio diventasse il centro della sua esistenza. Una bella lezione che viene da un giovane dal cuore grande. Siamo abituati a pensare che la dignità coincida con il rancore ben amministrato, che la sofferenza autorizzi automaticamente all’odio, che chi perdona tradisca sé stesso. Invece questo ragazzo, arrivato in aula con le stampelle, ci mostra il contrario: il perdono non è assenza di giustizia. È il rifiuto di consegnare la propria anima a chi ti ha fatto del male.
I suoi genitori non ce la fanno a perdonare. Il padre ricorda i fatti: dei ragazzi hanno chiesto una sigaretta, rubato cinquanta euro e accoltellato un coetaneo. Fine. Nessuna sociologia d’emergenza può cancellare la responsabilità individuale ma il punto straordinario è che Davide riesce a vedere anche altro. Vede che quei ragazzi, oggi, sono poco più che bambini cresciuti male. Vede due vite distrutte accanto alla sua. E spera persino che possano diventare persone migliori.
Un perdono così destabilizza tutti, perché impedisce la semplificazione morale. Se Davide odiasse, sarebbe tutto più facile: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra, e il pubblico rassicurato nella propria indignazione da social network. Invece quell’abbraccio rompe il copione. Naturalmente il perdono non sostituisce la pena. La giustizia serve proprio perché il male esiste davvero. Ma la giustizia dello Stato e il perdono personale parlano lingue diverse. Una stabilisce la responsabilità. L’altro salva chi ha subito dal diventare prigioniero eterno della ferita.
In Davide Cavallo mi piace questo: la sua libertà interiore. Hanno colpito il suo corpo, il suo futuro, i suoi sogni ma non sono riusciti a trasformarlo in una persona piena di odio. E paradossalmente, il ragazzo più forte dentro quell’aula era proprio quello che entrava con le stampelle.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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