Adoro la sapienza discreta della liturgia della Chiesa. Una sapienza che non ama gli strappi, non rincorre l’efficienza, non cede all’ansia di prestazione spirituale. E così, appena celebrata la Pentecoste, quando verrebbe spontaneo parlare subito di missione, di evangelizzazione, di slancio apostolico, di programmi pastorali e di “cantieri” da aprire, la Chiesa si ferma. O meglio: ci ferma. E ci mette davanti una madre.
La festa della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa ci esorta: prima di uscire, ricordatevi chi siete. Prima di organizzarvi, ricordatevi da dove venite. Prima di sentirvi inviati, ricordatevi di essere figli. Parliamoci chiaro: senza una madre dove ci avviamo? Possiamo anche avere ricevuto lo Spirito, sentirci adulti, preparati, persino competenti. Possiamo costruire percorsi pastorali impeccabili, calendari pieni, strategie comunicative efficaci. Ma il rischio, sempre in agguato, è quello di trasformare la Chiesa in un’organizzazione di volenterosi, più che in una casa abitata da un Dio che vive.
La liturgia di oggi ci riporta al Cenacolo. Dove c’è lo Spirito, sì. Ma dove c’è anche Maria. Non come presenza ornamentale, non come figura devozionale da aggiungere ai margini. C’è come madre. E una madre non produce semplicemente attività: genera fraternità. Tasto dolente, perché è questo il punto forse più urgente per le nostre comunità. La forza di ogni azione pastorale non sta anzitutto nell’efficienza delle proposte, ma nella capacità concreta di sentirci fratelli perché figli. Figli di un Padre che ci precede e di una Madre che ci custodisce. Quando questo si perde, anche la missione si irrigidisce. Diventa funzione, non testimonianza. Diventa iniziativa, non vita condivisa.
La maternità della Chiesa — e Maria ne è il volto più limpido — ci ricorda invece che la fede cresce dentro relazioni custodite. Nessuno si genera da solo alla vita cristiana. Nessuno si salva per autodeterminazione spirituale. Abbiamo bisogno di essere accompagnati, corretti, sostenuti, aspettati. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci insegni ancora la fiducia e a stare ai piedi della croce. Forse anche per questo Papa Francesco ha voluto questa memoria liturgica subito dopo Pentecoste: per evitare che il cristianesimo venga scambiato per un attivismo ben organizzato. Lo Spirito non crea manager pastorali. Genera figli. E i figli diventano fratelli.
Una Chiesa che dimentica la maternità rischia facilmente di diventare selettiva: accoglie chi è già pronto, chi capisce i linguaggi, chi sa stare dentro i ritmi comunitari. Una madre invece ha un altro sguardo. Sa aspettare. Sa intuire le fragilità. Non umilia i tempi lenti. Non archivia le persone perché “non partecipano abbastanza”. Quanto bisogno abbiamo di questo stile nelle nostre parrocchie. Di meno ansia da risultato e più capacità di custodire. Di meno preoccupazione per l’immagine e più attenzione alle ferite. Di meno centralità delle strutture e più cura delle relazioni.
Le persone restano dove si sentono guardate come figli. Dove qualcuno conosce il loro nome, la loro fatica, persino le loro assenze. E allora sì, dopo Pentecoste, prima ancora di parlare delle strade del mondo, la Chiesa oggi ci invita semplicemente a tornare a casa. A ricordarci che l’annuncio nasce sempre da un grembo, come in quel giorno benedetto dopo il sì di maria, lo Spirito si depone nel suo grembo e questo le dà la forza poi di andare dalla cugina Elisabetta. Riscopriamo anche noi il volto materno che la Chiesa ha il dovere di consegnare al mondo.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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